Qualche timido passo in avanti negli ultimi colloqui informali sui cambiamenti climateci, ma l’assenza di risorse rischia di compromettere la COP18 di Doha(26 novembre - 7 dicembre 2012).

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Continuano i lavori dei Climate Change Talks dell’UNFCCC in vista della prossima COP sui Cambiamenti Climatici di Doha (Qatar) dal 26 novembre al 7 dicembre 2012 in una situazione di sostanziale stallo che deriva dalle difficoltà dei Paesi sviluppati a reperire risorse per le azioni di mitigazione e adattamento e dall’indisponibilità delle economie emergenti dei Paesi in via di sviluppo a misure che possano compromettere la loro crescita.

Così si susseguono le riunioni non risolutive che rinviano ad altra data il momento (se mai ci sarà) delle soluzionipolitiche, mentre gli scienziati continuano a rimarcare che il tempo per le azioni che evitino l’irreparabile si sta via via riducendo.


Neppure, l’estate, tra le più siccitose di sempre, che ha compromesso i raccolti negli USA e Russia, né le inusitate precipitazioni che hanno provocato alluvioni in Cina e Sudest asiatico, sono valse ad indurre ad un cambio di passo i negoziatori che si sono riuniti per i Colloqui di Bangkok(30 agosto - 5 settembre 2012 ), anche se le dichiarazioni ufficiali sottolineano che hanno prodotto positivi risultati.
Il fatto è che dopo gli esiti deludenti delle sessioni dei Climate Change Talks di Bonn in maggio, nel corso dei quali i rappresentanti governativi hanno trascorso una settimana a discutere su questioni procedurali, quali la nomina dei Presidenti e il completamento degli ordini del giorno (cfr: “A Bonn come sul Titanic ”, in Regioni&Ambiente, n. 7-8 cfr: “A Bonn come sul Titanic ”, in Regioni&Ambiente, n. 7-8luglio-agosto 2012, pag. 6), qualsivoglia altra riunione avrebbe, naturalmente offerto risultati meno deludenti.

“L’aver scommesso su Bangkok ha ripagato - ha dichiarato il Segretario esecutivo UNFCCC, Christiana Figueres nel corso della Conferenza finale dei Climate Change Talks, riferendosi a tutti quelli che avevano espresso perplessità sulla necessità di effettuare un turno supplementare di colloqui, seppur informali, prima dello svolgimento della COP 18 a Doha - I negoziatori governativi hanno spinto in avanti le questioni chiave più di quanto molti si aspettassero, aumentando le possibilità di successo nella successiva fase di Doha. Ci sono ancora alcune difficili decisioni politiche da prendere, ma ora abbiamo uno slancio positivo e un maggiore senso di convergenza che incoraggerà il dibattito politico ad alto livello prima di Doha e che imprimerà un ritmo più veloce ai lavori una volta che sarà iniziata la Conferenza di quest’anno”.

Ricordiamo che nel corso della precedente COP, a Durban (Sudafrica), 194 Parti dell’UNFCCC avevano concordato un pacchetto di decisioni (la Piattaforma di Durban) che includono: il lancio di un protocollo o di uno strumento giuridico che si applichi a tutti i membri; un secondo impegno, al termine dell’attuale protocollo di Kyoto, che vincoli legalmente i Paesi sviluppati a obiettivi di riduzione delle emissioni; il lancio del Fondo verde per il clima, creato per aiutare le nazioni in via di sviluppo a proteggersi dagli impatti climatici e a costruire il proprio futuro sostenibile (cfr: “Comunque sia andata… è stato un successo!”, in Regioni&Ambiente, n. 1-2, gennaio-febbraio 2012, pag. 6). Vediamo in sintesi le questioni aperte e i risultati conseguiti.

1) Gruppo di lavoro ad hoc sulla Piattaforma di Durban (AWG-ADP 1)
A Bangkok, questo Gruppo di lavoro, concordato a Durban, si è riunito per la prima volta per compiere i successivi necessari passi per negoziare un accordo globale sul cambiamento climatico da adottarsi entro il 2015 e che entri in vigore dal 2020. I Governi hanno illustrato le loro rispettive visioni e quale metodologia adottare per chiudere il divario di ambizione tra le offerte di riduzione delle emissioni di gas serra dei singoli Paesi e quanto sarebbe necessario per conseguire l’obiettivo di limitare entro la fi ne del secolo l’aumento della temperatura globale a +2 °C, rispetto ai livelli pre-industriali. Ovviamente, tutti i Paesi hanno convenuto che è necessario ridurre signifi cativamente le emissioni entro il 2020, ma nessuno si è esposto per impegni più sostanziosi, bensì si è discusso sull’opportunità di ampliare il numero delle Parti e degli attori, includendo anche le città e il settore privato. Tale ipotesi è stata respinta dai Paesi in via di sviluppo che si sono dichiarati indisponibili se i Paesi sviluppati non elevano il livello dei propri impegni.
Gli USA, alle prese con le elezioni presidenziali per le quali il tema dei “cambiamenti climatici”, con i conseguenti costi per le azioni di mitigazione e adattamento, deve rimanere fuori dal dibattito politico, se non si vuol perdere la Casa Bianca, hanno fatto infuriare i delegati di molti Paesi che stanno già sperimentando gli effetti del global warming, allorché i suoi negoziatori hanno affermato che un nuovo trattato non dovrà avere la “ rigidità” del Protocollo di Kyoto, che ne ha causato il fallimento, ma “ dinamicità” e “ fl essibilità”, come a dire che non accetteranno vincoli giuridici. Si tratta di una vera e propria conversione ad U rispetto alle posizioni sottoscritte a Durban, tant’è che in risposta, 130 Paesi in via di sviluppo hanno minacciato di negare l’accesso ai Clean Development Mechanism (CDM) che i Paesi sviluppati utilizzano per compensare le proprie emissioni tramite fi nanziamenti per progetti nei Paesi poveri. Così, il processo di negoziazione è risultato più una discussione di gruppo piuttosto che un incontro che avrebbe dovuto delineare un percorso strutturato.

2) Gruppo di lavoro ad hoc sugli ulteriori impegni dopo la conclusione del protocollo di Kyoto (AWG-KP 17) 
L’accordo sul futuro trattato, passa attraverso un accordo sull’eventuale proseguimento del Protocollo di Kyoto dal 1° gennaio 2013, anche se Giappone, Canada e Russia hanno denunciato di volerne uscire. L’unico baluardo resta l’Unione europea, anche se ha preannunciato di desiderare una fase di prolungamento di non meno di 8 anni per la fi nestra del prolungamento al fi ne di allungare il secondo periodo di impegni di 8 anni per riallinearlo con i propri obiettivi di riduzione al 2020; mentre la maggior parte dei delegati ha espresso l’opinione che non sia superiore a 5 anni, temendo che un periodo più lungo potrebbe far ritardare le azioni necessarie ai grandi emettitori.
Inoltre, si deve decidere cosa fare delle quote ad emettere in eccesso che alcuni Paesi non hanno utilizzato durante il primo periodo. C’è un consenso di massima per riportarle in dote nel secondo periodo, ma non sulla quantità ammissibile. Infine, deve essere risolta la forma giuridica di questo secondo periodo da presentare a Doha.
A Bangkok non c’è stata risoluzione su tali aspetti, anche se le opzioni che erano sul tavolo si sono ridotte sulla base di un testo non uffi ciale (non paper ) approntato dal vice Presidente del Gruppo di lavoro dal titolo “Possibili elementi per una decisione che adotti le modifi che del protocollo di Kyoto ” che si compone delle varie proposte delle Parti e contiene un pressante invito a ratifi care le modifi che in modo accelerato, onde facilitare la loro tempestiva entrata in vigore, l’applicazione provvisoria, tutte le opzioni relative alla continuità giuridica, operativa e tecnica e le eventuali revisioni in essere, consequenziali delle precedenti decisioni della CMP (Conference of the Parties serving as the meeting of the Parties to the Kyoto Protocol). Di certo, ha pesato per una positiva e preliminare conclusione prima di Doha l’atteggiamento dell’Unione europea che dopo aver fatto intendere di essere disposta ad aumentare dal 20 al 25-30% entro il 2020 le proprie emissioni, ha fatto marcia indietro, dichiarando che nessun nuovo target è previsto entro tale data, semmai se ne riparlerà dopo il 2020. Dietro questo “voltafaccia”, come è stato giudicato dalle ONG ambientaliste, ci sarebbero le pressioni della Polonia e di altri Paesi membri che fanno grande uso di carbone per la produzione di energia elettrica, preoccupati per i costi che le imprese dovrebbero sopportare, in un momento di crisi fi nanziaria, per introdurre le necessarie tecnologie di abbattimento delle emissioni.

3) Gruppo di lavoro ad hoc sulle Azioni di Cooperazione a Lungo termine (AWG-LCA 15)
Il compito principale che il Gruppo aveva di fronte era di concludere il suo programma di lavoro, come previsto nell’Accordo di Durban, ma la sua chiusura sta costituendo un serio problema politico. Molti governi dei Paesi in via di sviluppo sostengono che la chiusura della LCA è prematura, in quanto c’è ancora molto lavoro incompiuto e delle promesse non mantenute, in particolare sulle questioni relative ai fi nanziamenti e alla revisione scientifi ca, che mira a garantire che il processo negoziale si uniformi alle ultime scoperte scientifi che. La posizione dei Paesi sviluppati è che LCA deve chiudere a Doha. Questa disputa si collega con gli aspetti fi nanziari legati al Green Climate Fund, previsto già alla COP di Cancún ed uffi cialmente istituito a Durban per la gestione dei finanziamenti a lungo termine per le azioni di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici dei Paesi in via di sviluppo, il cui Consiglio di Amministrazione si è riunito per la prima volta alla vigilia dei Climate Change Talks di Bangkok, prendendo atto che la prima tranche dei 100 miliardi di dollari all’anno entro il 2020 per lo start-up che i Paesi sviluppati avrebbero dovuto mettere a disposizione, non sono ancora affl uiti al fondo per lo start-up. I Paesi in via di sviluppo sono preoccupati che la situazione economica e i vincoli fi scali possano far recedere i Paesi ricchi dagli impegni sottoscritti, tant’è che il Presidente del blocco LDC (Least Developed Countries ) Pa Ousman Jarju , di fronte alla notizia che l’Unione europea avrebbe finito i soldi, ha dichiarato che “Non possiamo usare la crisi economica come scusa per non agire sui cambiamenti climatici”.

Viene alla memoria, “Bambole, non c’è una lira!” l’infausta frase che, ad ogni fine puntata dell’omonimo varietà televisivo degli anni ’70, l’impresario di una compagnia squattrinata di avanspettacolo del dopoguerra in Italia rivolgeva alle ballerine, quando gli incassi della serata erano stati insufficienti e, di conseguenza, la cena era compromessa.