“Aspettando il mare”

“Aspettando il mare”

A Roma Film Festival rievocato il disastro ambientale del Lago d’Aral.

foto barca

Si è chiuso ieri sera il Roma Film Festival con la vittoria di “Marfa Girl” di Larry Clark, a cui la giuria internazionale ha attribuito il Marc’Aurelio d’Oro per il miglior film.

Noi siamo stati attratti, al di là del giudizio controverso dei critici, dal film fuori concorso con cui il Festival è stato inaugurato il 9 novembre 2012: “Waiting for the Sea”.

Secondo film della trilogia dedicata all’Asia Centrale (il primo era stato il pluripremiato “Luna Papa” del 1999, mentre del terzo non si conosce ancora il titolo) del regista Bakhtiar Khudojnazarov, russo di origine tagika (è nato nel 1965 a Dushanbe, la capitale del Tagikistan, allora una delle 5 Repubbliche asiatiche dell’ex URSS), “Aspettando il mare” si è ispirato ad una delle più grandi catastrofi ambientali del XX secolo, il prosciugamento del Lago d’Aral a cui abbiamo dedicato un ampio articolo “Quel che resta del Lago d’Aral” (pag. 14 del pdf) e la copertina del n.9-10 di Regioni&Ambiente.

“L’intento è stato quello di lavorare sulla geografia dello spirito e non solo sulla geografia dell’Asia Centrale - ha spiegato il regista, confessando di ispirarsi alla letteratura di Garcia Marquez - Combattere l’immobilità e far risaltare l’idea che tutto dipende dalla responsabilità individuale”.

film roma

Immagine ufficiale del film "Aspettando il mare"

Ecco la trama.
In un villaggio di pescatori, il capitano di un peschereccio parte per una battuta, accompagnato dalla moglie, oltre che dalla ciurma. Incappa, però, in una tremenda tempesta di sabbia che fa naufragare l’imbarcazione e morire l’equipaggio e sua moglie. Unico sopravvissuto, il capitano viene arrestato e condannato a 5 anni di carcere per la sua temerarietà. Scontata la pena, tornerà al villaggio che giace ormai ai margini di un deserto perché l’acqua è stata prosciugata dalla tempesta di sabbia che aveva fatto naufragare la sua barca, ritrovata arrugginita su un’arida distesa, metafora della solitudine e della sofferenza, mentre il mare, simbolo di una vita serena e dignitosa, è così lontano che nessuno sembra sapere dove si trovi. Circondato dall’ostilità e dalla rabbia dei concittadini che lo ritengono responsabile della perdita dei loro cari e della distruzione del loro modo di vivere, l’uomo non si dà per vinto di fronte alla tragedia della vita e con titanica disperazione, con un sistema di carrucole ed assi, centimetro dopo centimetro, cerca di trascinare la sua barca verso un approdo.

A differenza di “Fitzacarraldo” (1982), film con cui Werner Herzog vinse il Premio per la miglior regia al Festival di Cannes e che viene inevitabilmente alla mente per l’analogia del trascinamento in condizioni impossibili di un’imbarcazione, non c’è la foresta amazzonica a fare da sfondo a questa moderna fatica di Sisifo, ma distese interminabili di sale e sabbia, relitti, cavalli e cammelli, naturalisticamente e poeticamente colti.

Il dramma è che quel paesaggio esiste e che il mare si è effettivamente allontanato anche di 120km dalle imbarcazioni che giacciono relitte sulla sabbia, conseguenza di una cattiva gestione e pianificazione del territorio operata dall’uomo che ha trasformato una regione ricca di colture agricole e di attività di pesca, in una landa desolata e climaticamente insopportabile, come ha potuto constatare la troupe cinematografica che ha realizzato il film con temperature proibitive che hanno raggiunto anche i 50 °C e richiesto, quindi, anni di lavorazione.

Nel 2009 al Film Festival Salento Finibus Terrae, il documentario di Dimitri Udovicki “Aral. Death of a Sea” che racconta quella tragedia umana, oltre che ambientale, è stato premiato per la miglior regia nella Sezione Energia e Ambiente. Il documentario può essere visto al seguente link.

 


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