Il Rapporto della holding Kering che detiene marchi di alcuni prestigiosi stilisti, e di BSR, Ong finalizzata allo sviluppo sostenibile, mette in evidenza che per effetto dei cambiamenti climatici l'approvvigionamento di pregiate materie prime come i filati di cashmere e di vigogna, ma anche cotone, seta e pellami, sono a rischio di fornitura.
Ma il Rapporto indica la strada della sostenibilità che deve essere perseguita dall'intero settore della moda, e da tutte quelle imprese che vogliono mantenere una posizione di successo commerciale, perché "il clima non discrimina e il problema riguarda tutti".

fashion and climate change

Anche il settore della moda, in particolare quella del lusso, è costretta a fare i conti con gli impatti dei cambiamenti climatici, come si può rilevare dal Rapporto "Climate Change: implications and strategies for the luxury Fashion sector", pubblicato dalla holding della moda francese Kering, insieme a Business for Social Responsability (BSR), organizzazione no profit focalizzata sullo sviluppo sostenibile, che conta un network di oltre 250 società).

François-Henri Pinault alla guida del colosso francese che possiede un certo numero di marchi di stilisti tra cui Yves Saint Laurent, Alexander McQueen, Balenciaga e Gucci, non è nuovo ad iniziative volte a sensibilizzare le imprese insistendo sull’importanza dell’adozione di criteri di produttività sostenibile da parte di tutte le aziende della moda. Il Rapporto indica, infatti, le specifiche vulnerabilità cui sono sottoposte le imprese del settore, a causa delle mutazioni del clima, proponendo alcune linee guida per creare un modello di business nuovo e più flessibile.

Il rischio maggiore, secondo gli analisti, riguarda l'approvvigionamento delle materie prime, soprattutto quelle che si trovano in territori geograficamente limitati, perché i cambiamenti climatici potrebbero ridurne drasticamente la produzione e peggiorarne la qualità, oltre ad avere un forte impatto non solo sui produttori, ma anche a livello sociale.

"L'impatto dei cambiamenti climatici sta già influenzando il modo in cui le aziende globali fanno affari - ha affermato Marie-Claire Daveu Responsabile della Sostenibilità e degli Affari istituzionali internazionali di Kering - Attraverso questa analisi possiamo constatare una riduzione della produzione locale di alcune materie prime, con i cambiamenti climatici che fanno aumentare tali rischi".

Per esempio, il cashmere, il pregiatissimo filato che viene acquistato interamente dai più importanti marchi della moda di lusso, deriva dal sottomantello della capra hircus che vive nelle regioni montuose e degli altipiani dell’Asia, e il migliore è quello della regione cinese della Mongolia interna. Nel 2100, a seguito di prolungata siccità, nella Mongolia interna sono morti 9 milioni di capi, per lo più capre da cashmere, causando grosse difficoltà nella catena di rifornimento del tessuto.

Ancora più fine è il filato di vigogna che prende il nome da un piccolo camelide (Vicugna vicugna) che vive sulla cordigliera andina tra 3.500-5.200 m di altitudine. Già incluso nella Lista rossa della IUNC quale specie a rischio di estinzione per l'intenso bracconaggio, dopo misure di conservazione attuate in Perù e Bolivia ha avuto una ripresa, ma ora il circoscritto habitat naturale è soggetto a forti periodi di siccità che ne compromettono la sussistenza, mentre i tentativi di allevarlo non hanno prodotto la stessa qualità di vello.

Non solo cashmere e vigogna, anche seta, cotone, cuoio e pellame in genere, che costituiscono le materie prime più utilizzate dall'alta moda rischiano, secondo il rapporto, di subire gli impatti dei cambiamenti climatici. Da non sottovalutare, inoltre, che i cambiamenti climatici impattano anche sulle condizioni sociali degli abitanti che quelle materie prime allevano e lavorano e che sono anche i meno resilienti a causa della loro povertà.
"Se non si dispone di una visione chiara e una diagnosi precisa circa le proprie catene di rifornimento - ha proseguito la Daveu - le imprese non sono in grado di mettere in atto una forte strategia di sostenibilità".

capra e vigogna


Riguardo alla perdita di biodiversità per effetto dei cambiamenti climatici in atto, il 10 novembre del 2015 il WWF ha pubblicato un Rapporto che sottolinea i rischi economici per la riduzione dei servizi ecosistemici da impoverimento delle specie animali e vegetali.

Il Rapporto valuta le conseguenze dei cambiamenti climatici sulla produzione primaria e sui luoghi di preparazione iniziale, mettendo in evidenza i "punti caldi" in cui l'azione deve essere mirata.

Questi sono i principali risultati del rapporto:
- le aziende devono prendere coscienza della situazione delle loro catene di approvvigionamento e concentrarsi sul sostegno ai sistemi di produzione delle loro materie prime in modo da renderle più resistente agli shock e alla volatilità dei prezzi, conseguenti ai cambiamenti climatici;
- la quantità e la qualità delle materie prime saranno sempre più colpiti da tali effetti, con significativi rischi aziendali;
- i cambiamenti climatici influenzeranno molte delle regioni chiave di produzione delle materie prime per la moda di lusso, con alcune aree geografiche più vulnerabili di altre;
- le materie prime che hanno un areale geografico circoscritto, sono anche quelle particolarmente vulnerabili;
- il calo della produttività delle materie prime avrà gravi conseguenze per i piccoli produttori e le loro comunità;
- le soluzioni approntate sulla catena di approvvigionamento producono benefici, oltre che all'operatività delle aziende, anche di tipo sociale, ambientale e commerciale.

Nel Rapporto vengono presentate alcune best practice già in atto, per migliorare la sicurezza alimentare delle popolazioni locali e l'uso sostenibile dei suoli, creando, al contempo, un sistema produttivo più flessibile e una migliore gestione delle risorse idriche. Al di là delle materie prime, circa 30 imprese del settore stanno lavorando su soluzioni efficaci per ridurre le emissioni, aderendo al Carbon Disclosure Project (CDP) e al Climate Group RE100, iniziative che incoraggiano le aziende ad aumentare l'uso di energia rinnovabile, impegnandosi ad utilizzare nel più breve tempo possibile il 100% del loro fabbisogno energetico prodotto da fonti di energia rinnovabile.
In questo percorso vanno coinvolti anche i fornitori, nell'ottica di un minore uso delle risorse idriche, di un contenimento nella produzione di rifiuti e di una modernizzazione dei processi produttivi.

Nel momento in cui il mondo intero attende un ambizioso accordo ai prossimi negoziati della COP21 a Parigi, si afferma nel Rapporto, non c'è momento migliore per le aziende di alta moda di sfruttare la propria capacità di influenzare il pubblico per contribuire ad intraprendere adeguate azioni di contrasto al global warming.

"Penso che l'alta moda abbia una particolare responsabilità, perché il lusso fa tendenza - ha concluso la Daveu - Ma ci sono lezioni per tutto il mondo della moda, perché il clima non discrimina e il problema riguarda tutti. Mi auguro che anche il mercato della moda di massa tragga da questo rapporto indicazioni per monitorare il proprio impatto ambientale. Per le imprese l'attuazione di una ambiziosa strategia climatica, oggi, non è negoziabile se si vuole mantenere il successo in un mondo in rapida evoluzione".