ANBI: il dissesto idrogeologico costa 2,5 miliardi di euro all’anno

ANBI: il dissesto idrogeologico costa  2,5 miliardi di euro all’anno

Il Piano presentato con il Rapporto “Manutenzione Italia 2016 - Azioni per l’Italia sicura” dell’Associazione nazionale dei Consorzi per la Gestione e la Tutela del Territorio, realizzato con #italiasicura, prevede 3.581 interventi per la riduzione dei rischi da dissesto idrogeologico per oltre 8 miliardi di euro.

anbi dissesto idrogeologico

L’ANBI, Associazione nazionale dei Consorzi per la Gestione e la Tutela del Territorio che rappresenta e tutela gli interessi dei Consorzi di bonifica, di irrigazione e di miglioramento fondiario operanti nel nostro Paese, che hanno il compito di realizzare e gestire opere di difesa e regolazione idraulica, di provvista e utilizzazione delle acque a prevalente uso irriguo, interventi di salvaguardia ambientale, ha recentemente presentato il Rapporto “Manutenzione Italia 2016 - Azioni per l’Italia sicura”, realizzato in collaborazione con la Struttura Unità di Missione della Presidenza del Consiglio dei Ministri, che presenta un Piano per la Riduzione del Rischio Idrogeologico nel nostro Paese.

Nel momento in cui il Paese piange ancora i morti causati dal sisma del 24 agosto scorso, si ripropone con forza il tema della prevenzione; l’ANBI, nel presentare il Rapporto 2016, indica al Governo progetti concreti per la cura e la tutela del territorio - ha dichiarato Francesco Vincenzi, Presidente di ANBI - Questo contributo è teso a realizzare un programma di manutenzione e prevenzione del dissesto idrogeologico sul territorio italiano, che potrebbe considerarsi la più importante opera pubblica di cui il Paese ha bisogno”.
Secondo l’ANBI, non è più possibile non sapere che sono ad alto rischio da frane e alluvioni:
- 6.250 istituti scolastici;
- 500.000 aziende;
- 1.200.000 edifici;
- 29.000 beni culturali;
- il 9,8% del territorio e l’82% dei Comuni.
L’intensa urbanizzazione, sviluppatasi senza tenere in alcuna considerazione le aree fragili dal punto di vista idrogeologico (alluvioni, frane, dissesti), il contemporaneo abbandono delle aree collinari e montane da parte della popolazione e delle attività agricole, i cambiamenti climatici hanno acuito la fragilità del territorio.
Non è possibile stimare il valore della sicurezza, ma quello del costo del dissesto idrogeologico sì:  2,5 miliardi di euro all’anno.
L’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) nel suo 1° Rapporto sul Dissesto idrogeologico in Italia, presentato nello scorso marzo, ha rilevato che 1.221.811 ettari del territorio nazionale a pericolosità idraulica elevata (tempo di ritorno degli eventi tra i 20 e 50 anni), 2.441.080 a pericolosità media (tempo di ritorno fra 100 e 200 anni) e 3.215.040 a pericolosità bassa (scarsa probabilità di alluvioni o scenari di eventi estremi). In totale si tratta di 6.877.931 ettari (23% dell’intera superficie).

L’ISPRA, inoltre, ha individuato 1.640  comuni interessati da aree solo con pericolosità da frana elevata o molto elevata, 1.607 comuni interessati da aree solo a pericolosità idraulica media, 3.898 comuni interessati da aree sia a pericolosità da frana elevata o molto elevata, sia a pericolosità idraulica media.

Il totale dei comuni italiani interessati da aree con pericolosità da frana e/o idraulica risultano pertanto 7.145, pari all’88,3%, mentre i comuni non interessati da tali aree risultano solamente 947.

La superficie delle aree classificate a pericolosità da frana elevata o molto elevata e idraulica media ammonta complessivamente a 4.774.700 ettari, pari a 15,8% del territorio nazionale.

La popolazione a rischio alluvioni è di 9.039.990 abitanti (di cui 5.922.922 a pericolosità media ed elevata), le imprese a rischio sono 879.364 (di cui 576.535 a pericolosità media ed elevata), i beni culturali a rischio sono 40.454 (di cui 29.005 a pericolosità media ed elevata), le superfici artificiali a rischio si estendono su 292.690 ettari (di cui ha. 201.130 a pericolosità media ed elevata).

L’impermeabilizzazione rappresenta la principale causa di degrado del suolo in Europa, in quanto comporta un rischio accresciuto di inondazioni, contribuisce ai cambiamenti climatici, minaccia la biodiversità, contribuisce  alla progressiva e sistematica distruzione del paesaggio  soprattutto rurale.
Il consumo di suolo in Italia continua a crescere, pur segnando un importante rallentamento negli ultimi anni: tra il 2013 e il 2015 le nuove coperture artificiali hanno riguardato altri 250Kmq di territorio, ovvero, in media, circa 35 ettari al giorno. Una velocità di trasformazione di circa 4mq di suolo che, nell’ultimo periodo, sono stati irreversibilmente persi ogni secondo. Dopo aver toccato anche gli 8mq al secondo degli anni 2000, il rallentamento iniziato nel periodo 2008-2013 (tra i 6 e i 7 metri quadrati al secondo) si è consolidato  negli ultimi due anni.

I dati della rete di monitoraggio mostrano come, a livello nazionale, il suolo consumato sia passato dal 2,7% degli anni ’50 al 7% del 2015, con un incremento del 4,3 % e una crescita percentuale del 159% (1,2% ulteriore tra il 2013 e il 2015). In termini assoluti, si stima che il consumo di suolo abbia intaccato ormai circa 2.110.000 ettari del nostro territorio.

L’adeguamento delle opere di bonifica idraulica è quindi condizione fondamentale per la sicurezza territoriale, necessaria non solo all’esercizio dell’agricoltura, ma indispensabile per qualunque attività economica. Se non vi è stabilità del suolo non si realizzano investimenti per infrastrutture ed impianti.

Il Piano ANBI prevede complessivamente 3.581 interventi, articolati per regione e perlopiù corredati da progetti definitivi ed esecutivi (serve solo il finanziamento), con un investimento complessivo di 8.022 milioni di euro, capaci di attivare oltre 50.000 posti di lavoro.
Si tratta perlopiù di manutenzioni straordinarie delle opere di bonifica, di sistemazioni idrauliche, di ripristino di fenomeni di dissesto nei territori, in cui operano i consorzi.
In particolare: lavori di adeguamento e ristrutturazione di corsi d'acqua, anche con interventi di ingegneria naturalistica e di ripristino delle frane sulle sponde dei canali, avvenute per le intense precipitazioni; lavori di manutenzione straordinaria di adeguamento della rete di bonifica, delle quote arginali e delle idrovore e di realizzazione di canali scolmatori; interventi di manutenzione sul reticolo idraulico a difesa dei centri abitati e realizzazione di opere per la laminazione delle piene e, infine, lavori di stabilizzazione delle pendici collinari e montane.
È importante adottare un approccio innovativo nella gestione della sicurezza territoriale intesa come opportunità di sviluppo - ha concluso Vincenzi - nel senso che alle azioni tecniche volte a garantire stabilità ai territori, si uniscano interventi destinati a garantire accessibilità e mobilità come strade e altri servizi civili, che sono, anch'esse, precondizioni per lo sviluppo delle attività economiche".

Foto di copertina: www.fanpage.it                                                                                                                      

Commenta