Ai colloqui sul clima di Bonn rimbalza la situazione del Mediterraneo

Ai colloqui sul clima di Bonn rimbalza la situazione del Mediterraneo

I Paesi più poveri e sui quali si manifesteranno con maggior drammaticità gli impatti dei cambiamenti climatici chiedono di inserire nel testo dell'Accordo per la COP21 di Parigi un meccanismo consolidato e vincolante per i rifugiati climatici.
Anche i contributi nazionali alla riduzione delle emissioni già sottoscritti dai Governi devono essere riconsiderati, poiché sono destinati a superare di gran lunga l'obiettivo prefissato del +2 °C alla fine del secolo, come si evince dallo studio del Climate Action Tracker, presentato ai negoziatori durante la 10a sessione dell'AWG ADP.

paris climate 2015


Si è svolta la settimana scorsa (Bonn, 31 agosto - 4 settembre 2015) la 10a sessione del Gruppo di Lavoro sulla Piattaforma di Durban per un'Azione rinforzata (AWG ADP) che aveva all'ordine del giorno la prosecuzione dei lavori per predisporre il testo dell'Accordo da sottoporre all'approvazione a Parigi, durante la COP21 di fine anno.

"In questa sessione i Paesi hanno definito le loro posizioni e hanno chiesto ai coPresidenti di predisporre gli elementi chiave del testo con opzioni chiare per la prossima sessione di negoziati di ottobre - ha dichiarato l'algerino Ahmed Djoghlaf, co-Presidente assieme allo statunitense Daniel Reifsnyder dell'ADP, il Gruppo che ha il compito, appunto, di redigere il testo dell'Accordo che dovrebbe permettere al mondo di rimanere lungo una traiettoria di riscaldamento globale alla fine del secolo entro i +2 °C - Questo significa che arriveremo a Parigi in tempo, né prima né dopo, senza grosse turbolenze".

Djoghlaf ha affermato, inoltre, che consegnerà il testo base per Parigi nella prima settimana di ottobre, con largo anticipo rispetto alla prossima ed ultima sessione dell'ADP che avrà luogo sempre a Bonn (19-23 ottobre 2015).

Seppure le dichiarazioni ufficiali sono improntate ad un certo ottimismo, non c'è dubbio che i negoziati stanno procedendo lentamente e quel testo "coerente, conciso e completo" di cui ha parlato l'altro co-Presidente Reifsnyder ancora non c'è, anche se "Questa settimana, abbiamo raggiunto una quantità enorme di chiarezza su dove stiamo andando, che ha permesso di avere un quadro esauriente delle posizioni di tutte le Parti, che permetterà di velocizzare i futuri lavori".

Si intuisce che il testo mantiene ancora il puzzle di tutte le opzioni avanzate in questi mesi e assemblare le varie posizioni in un quadro comune non sarà impresa semplice.

In particolare, ci sono due aspetti controversi che meritano un'attenzione particolare:
- la questione delle perdite e dei danni (loss and damage) correlati ai cambiamenti climatici, che i Paesi in via di sviluppo ritengono debba essere inserita nel testo dell'Accordo di Parigi;
- la coerenza dei contributi nazionali per la stabilizzazione delle concentrazioni di gas serra in atmosfera (Intended Nationally Determineted Contributions) con l'obiettivo concordato l’anno scorso nella Conferenza di Lima (COP19) di mantenere entro i +2 °C il riscaldamento globale.

Per quanto riguarda il risarcimento per gli eventi meteorologici estremi, conseguenti alle emissioni di carbonio immesse su ampia scala in atmosfera dalle economie avanzate e che si sono scaricati con maggiore impatto sui Paesi più poveri, c'è stata una positiva apertura da parte di Stati Uniti, Australia e Unione europea, ma siamo ancora lontani da un proposta  di un meccanismo consolidato e vincolante, e questa difficoltà potrebbe costituire, secondo alcuni osservatori, un ostacolo insormontabile a Parigi se non venisse affrontato con maggior decisione.

Secondo Julie-Anne Richards di Climate Justice Programme (CJP), una ONG di avvocati che utilizzano le leggi per esporre le questioni relative ai diritti ambientali e umani in materia di cambiamenti climatici, l'attuale situazione che stanno vivendo i migranti nel Mediterraneo ha provocato un irrigidimento da parte dei Paesi più poveri per assicurarsi che un consenso sugli sfollati per effetto dei cambiamenti climatici faccia parte del testo dell'Accordo di Parigi.

"Al momento, se vivo in un Paese che si trova sotto il livello del mare, guardando quel che succede nel Mediterraneo non avrei troppa fiducia che il mio futuro sia garantito, a meno che non vi sia un impegno vincolante nell'Accordo di Parigi che riconosca ai Paesi più vulnerabili che stanno subendo gli impatti più drammatici - ha dichiarato la Richards a BBC News - Al riguardo è necessaria una pianificazione dettagliata ovvero di un finanziamento per i rifugiati climatici".

In altri termini, i Paesi più in difficoltà vorrebbero una struttura che coordini gli aiuti per coloro che a seguito dei cambiamenti climatici perdano casa e attività.

Peraltro, le loro preoccupazioni non sono insensate visto che il Gruppo Sea Level Change della NASA qualche giorno prima aveva rilasciato dati che testimoniavano come il livello dei mari dal 1992 al 2014 si sia innalzato per effetto del riscaldamento globale di 8 cm e che gli attuali trends indicano come tra il 2100 e il 2200 l'aumento  raggiungerebbe 1m. con conseguenti sprofondamenti in mare di alcune delle più grandi città mondiali, soprattutto quelle asiatiche, e la totale scomparsa di alcune nazioni del Pacifico.

Sul secondo aspetto controverso, ha posto un vero e proprio macigno il Gruppo di prestigiosi Istituti e Organismi di Ricerca riuniti in Climate Action Tracker (Potsdam Institute for Climate Impact Research; Climate Analytics; NewClimate Institute; Ecofys) che hanno diffuso a Bonn il 2 settembre 2015, durante i Colloqui sul Clima, lo studio "How close are INDCs to 2 and 1.5°C pathways?" secondo il quale gli impegni di riduzione di gas serra fin qui sottoscritti dai Paesi (INDCs) condurrebbero al 2100 ad un riscaldamento medio globale compreso tra +2,9 °C e i +3,1 °C, ben superiore all'obiettivo di +2 °C, limite da non superare, secondo gli scienziati se si vogliono evitare conseguenze catastrofiche (ma per alcuni di loro l'asticella dovrebbe essere posta a +1,5 °C).

emissions gap

Emissions levels until 2030 under current policy projections and submitted INDCs compared with least-cost 1.5° and 2°C consistent pathways. The emissions gap ranges only reflect the uncertainty in the pledges and INDCs scenario. 2°C consistent median and range: Greater than 66% chance of staying within 2°C in 2100. 1.5°C consistent median and range: Greater than or equal to 50% chance of being below 1.5°C in 2100. Both temperature paths show the median and 10th to 90th percentile range. Pathway ranges exclude delayed action scenarios and any that deviate more than 5% from historic emissions in 2010.

Al 1° settembre 2015 il 65% delle emissioni globali erano coperte dagli INDCs presentati dai Governi. Il CAT (Climate Action Tracker) ha analizzato 15 di questi impegni che coprono il 64,5% delle emissioni globali, giudicandone:

- 7 inadeguati (Australia, Canada, Giappone, Nuova Zelanda, Singapore, Corea del Sud, e Russia) ovvero che il contributo di tali Paesi non è equo e fuori da ogni prospettiva di contenere il riscaldamento a +2 °C;

- 6 "medium" (Unione europea, Cina, Stati Uniti, Messico, Norvegia e Svizzera), che per il CAT significa che il loro contributo è "meno ambizioso” di quel che potrebbe essere offerto e che se tutti gli altri Paesi si comportassero allo stesso modo, il riscaldamento globale sarebbe superiore ai 2 °C;

- 2 sufficienti (Etiopia e Marocco) il cui contributo sarebbe in linea con l'obiettivo prefissato.

"La maggior parte dei Governi che hanno già presentato l'INDC - ha affermato Niklas Höhne, uno dei soci fondatori di NewClimate Institute - dovrebbe rivedere i propri obiettivi alla luce dell'obiettivo globale e nella maggior parte dei casi, dovrebbe rafforzare il proprio. Quelli che stanno ancora predisponendo i propri obiettivi sappiano che dovrebbero innalzarli al più alto livello possibile".

Mancano ancora gli impegni di 10 grandi emettitori (India, Brasile, Iran, Indonesia, Arabia Saudita, Sudafrica, Tailandia, Turchia, Ucraina e Pakistan), che insieme rappresentano il 18% delle rimanenti emissioni globali non ancora coperte dagli INDCs (escluse le attività legate ai suoli e ai loro usi - LULUCF).

Per poter rispettare l’obiettivo globale, i Governi dovrebbero ridurre le emissioni di almeno altre 12-15 Gigatonnellate equivalenti di CO2 entro il 2025, e di 17-21 GTCO2eq entro il 2030. Il CAT ha pure scoperto che le politiche in atto di molti Governi non sarebbero sufficienti nemmeno a ridurre le emissioni per attuare i loro INDCs al 2025, con le eccezioni di Cina e UE che dovrebbero attuare impegni aggiuntivi minimi per soddisfare i propri impegni o per superarli.

"Ci si sarebbe aspettato che tutti i nuovi obiettivi climatici combinati dei Governi avessero messo il mondo su un percorso di riduzioni delle emissioni, ma non è così - ha sottolineato Louise Jeffery, Ricercatrice del PIK sulla vulnerabilità agli impatti climatici - A questa situazione concorre il fatto che gli INDCs di Russia, Canada e Nuova Zelanda sono in contrasto con i loro dichiarati obiettivi a lungo termine (2050)".

In copertina: foto di Thomas Samson/AFP/Getty Images

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