Il Premio promosso da Green Cross Italia e dalla Città di Venezia, con il patrocinio della Regione Veneto, alla 70a edizione della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, è stato assegnato al film del regista israeliano Amos Gitai, “Per aver rappresentato i valori morali di una piccola comunità autosufficiente e solidale, capace di riorganizzare i propri bisogni e la propria economia di fronte alla scarsità delle risorse e di trasformare la memoria individuale in memoria collettiva”.

premio greendrop

Dopo “ La Quinta Stagione” dello scorso anno, il Green Drop Award 2013 alla Mostra internazionale del cinema di Venezia è stato assegnato al film “Ana Arabia” di Amos Gitai (Trailer del film "Ana Arabia")
Promosso da Green Cross Italia e dalla Città di Venezia, con il patrocinio della Regione Veneto, il Premio (una goccia di vetro verde creata da un maestro vetraio di Murano, al cui interno si trova della terra che ogni anno proviene da un Paese diverso e che quest’anno contiene sabbia egiziana, per sottolineare il difficile periodo che sta attraversando l’Egitto) va assegnato al film che "interpreta i valori dell’ecologia e dello sviluppo sostenibile, con particolare attenzione alla conservazione del Pianeta e dei suoi ecosistemi per le generazioni future, agli stili di vita e alla cooperazione fra i popoli”.
Il regista israeliano non è nuovo a ricevere premi per la sua attività cinematografica (nel 2005 al Festival di Cannes il suo film “Free Zone” ottenne il premio per la miglior interpretazione femminile) come sono frequenti le polemiche che i suoi film “engagè” suscitano e che lo hanno costretto per anni ad un esilio volontario e tuttora è personaggio scomodo per i suoi compatrioti. In occasione di una intervista rilasciata a Stefano Curti per un DVD a lui dedicato, Gitai aveva chiarito qual è stata la motivazione della scelta di fare del cinema.
Vengo da una famiglia in cui il cinema non era considerato una grande arte... Durante la guerra del Kippur il mio elicottero fu colpito. Il mio compagno che era seduto come stiamo noi due adesso, a circa un metro e mezzo da me, fu decapitato da un missile siriano, che penetrò il nostro elicottero... Mi venne detto nel linguaggio molto asciutto dell'esercito... che, statisticamente, il fatto che fossi vivo, era considerato un'eccezione... Allora decisi di sfruttare questo errore statistico e di dire un paio di cose che avevo dentro e che mi turbavano”.
La giuria del Premio, composta dal regista Mimmo Calopresti, dall’attrice Ottavia Piccolo e dal climatologo Vincenzo Ferrara, spiegando di essere rimasta perplessa “perché, in un mondo che dovrebbe prestare attenzione all’ambiente e quindi al nostro futuro, pochi film ne parlano, segno dei tempi che stiamo vivendo, in cui ognuno è concentrato sul proprio microcosmo, dimenticando quanto accade intorno a noi”, non ha avuto dubbi nell’assegnare il Premio al film di Gitai, “opera in cui sono stati riconosciuti i valori dell’ambiente e della solidarietà a cui il nostro premio si ispira, supera infatti gli steccati tradizionalmente imposti dai diversi linguaggi, di cinema, teatro, racconto allegorico e, appunto, documentario. Per aver rappresentato i valori morali di una piccola comunità autosufficiente e solidale, capace di riorganizzare i propri bisogni e la propria economia di fronte alla scarsità delle risorse e di trasformare la memoria individuale in memoria collettiva”.
In una piccola oasi tra Jaffa e Bat Yam, in Israele sorge un quartiere modestissimo, costantemente minacciato dall’edilizia sempre più invasiva ed invadente, dove convivono serenamente arabi e ebrei, sopravvivendo grazie a vecchi lavori (agricoltura, pesca, rivendita, ecc.).
Un giorno vi giunge una giovane giornalista israeliana di religione musulmana, che deve raccogliere storie, aneddoti ed umori della gente che vive lì e che, nonostante nella regione si commettono ogni giorno crimini di un’antica faida, rimane immune da ideologie politiche e religiose, nell’intento di condurre la già difficile esistenza senza odi e rancori. Ognuno racconta qualcosa di sé e della sua vita, ma c’è anche chi si mostra diffidente e chi non vuole perder tempo prestando attenzione all’intrusa. La giornalista, a poco a poco, si rende conto di venire a contatto con individui che hanno tra loro e con il tempo un rapporto diverso da quello degli abitanti della città che è situata appena al di fuori del quartiere, dimenticando così le motivazioni che l’avevano condotta lì. In questo luogo, apparentemente precario, si lascia coinvolgere dalle storie semplici, ma ricche di umanità, di quegli individui la cui convivenza poggia sui valori in cui si crede, che sono quelli della comunità, non già quelli che imperano nella confinante città, intrisi di consumismo, ideologia, religione e politica.


ana arabia

Tra le fonti del film “Io arabo” (è questa la traduzione dall’arabo del titolo del film) il regista Gitai, in un’intervista rilasciata all’indomani della proiezione del suo film a Venezia, ha citato la notizia apparsa anche sulla stampa europea, riguardante una donna di Umm el Fahem, un villaggio a nord di Israele, che, recatasi dal medico a causa di una carenza di calcio, si sentì dire che il suo problema era legato a una possibile malnutrizione da bambina. Con la testa coperta come tutte le donne musulmane, la donna gli disse che era in realtà nata ad Auschwitz, ma, avendo sposato un arabo, si era convertita, poi, all’Islam.
Sollecitato da una domanda dell’intervistatrice sulla situazione nelle due città in cui trascorre la vita (Tel Aviv e Parigi), Gitai ha sottolineato che: “C'è molta gente senza lavoro e penso che i politici siano pigri, pavidi e incapaci di modificare la situazione. Credo che dovrebbero perdere loro il lavoro. I registi, i musicisti e gli intellettuali devono porre domande e la società civile deve essere in grado di rispondere attraverso una classe politica degna” (cfr: Amos Gitai: "il Medio Oriente è incendiato dai nazionalismi oggi più di ieri. «Ana Arabia» è un esempio per la convivenza", il Sole 24 ore).

Seppure in altri film, Gitai abbia utilizzato la tecnica del “plan-séquence”, cioè di un’inquadratura che coincide con la durata della sequenza, ovvero di una sequenza interamente composta da una sola inquadratura, cioè da un solo piano, è la prima volta che tutto il film si snoda su un unico piano-sequenza.
Poiché mi piace da molto tempo ricorrere al piano sequenza per legare frammenti, contraddizioni, per Ana Arabia mi sono prefisso una meta molto più ambiziosa: girare l’intero film di 81 minuti in una sola sequenza, senza stacchi - ha spiegato lo stesso regista nella scheda sinottica del film - La ripresa continua e il suo ritmo avvolgono i frammenti di queste figure. È anche una specie di affermazione politica con cui si commenta che i destini di ebrei e arabi di questa terra non saranno spezzati, non saranno separati. Sono intrecciati e dovranno trovare un modo pacifico di coesistere, non solo in continuo conflitto, ma vivendo ognuno la propria vita e nutrendosi e stimolandosi gli uni con gli altri”.