A rischio gran parte del patrimonio culturale mondiale

A rischio gran parte del patrimonio culturale mondiale

Un Rapporto GHF sollecita l’UNESCO ad un maggior interesse nei PVS

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Nell’ultimo decennio, abbiamo assistito a una nuova e gradita tendenza che si sta evolvendo, soprattutto nei Paesi in via sviluppo. Sto parlando della cultura come volano dell’economia: un creatore di lavori e di redditi, un mezzo per rendere le strategie di sradicamento della povertà più efficaci e pertinenti a livello locale. 

(Irina Bokova, Direttore Generale UNESCO).

Secondo il Global Heritage Fund (GHF) che ha recentemente pubblicato il Rapporto “Saving Our Vanishing Heritage”, più di 200 siti dei circa 500 che sono stati analizzati e che costituiscono un significativo patrimonio culturale mondiale, potrebbero andar perduti o essere gravemente danneggiati perché i Paesi in via di sviluppo in cui si collocano non hanno fondi necessari per la loro salvaguardia.
“Questi siti rivestono un inestimabile valore culturale, ma se non facciamo qualcosa potrebbero essere irrimediabilmente compromessi, e sarebbe una tragica perdita - ha dichiarato il Direttore esecutivo GHF, Jeff Morgan - Tuttavia, l’UNESCO si interessa solo di alcuni, visto che dei siti inclusi nella relazione solo 76 fanno parte del Patrimonio Mondiale dell’Umanità”.

Nel Rapporto si evidenzia che vi è uno squilibrio significativo tra l’attenzione che l’Organismo ONU riserva ai Paesi del mondo occidentale e a quelli in via di sviluppo: mentre Italia e Spagna hanno rispettivamente 44 e 41 siti inclusi nell’elenco Patrimonio Mondiale, il Perù, pur avendo una storia di civiltà di 4.000 anni e centinaia di siti culturali, ne ha solo 9 e il Guatemala, addirittura 3, nonostante sia stata la culla della civiltà Maya con la presenza di antiche città e piramidi tra le più grandi del mondo.

Secondo gli estensori del Rapporto bisogna agire su tre livelli: 
- aumentare l’informazione critica per una consapevolezza globale; 
- individuare tecnologie e soluzioni innovative; 
- aumentare i finanziamenti attraverso partnership pubblico-privato. 

Gli autori osservano, inoltre, che i Paesi che non hanno le risorse necessarie per proteggere e valorizzare tale patrimonio, rimangono fuori anche dalle entrate finanziarie che derivano dai flussi turistici.
Il monitoraggio effettuato con immagini e dati satellitari permettono di individuare i rischi più immediati che coinvolgono i siti presenti soprattutto in Bangladesh, Cambogia, Cina, India, Kenya, Pakistan e Filippine, nonché gli eventuali saccheggi.
Affermando, poi, che si rischia di perdere in questa generazione di uomini tesori culturali che avevano resistito per millenni, il Rapporto considera questa crisi “culturale” analoga per certi aspetti a quella “ambientale”.
“La storia non è raccontata adeguatamente - ha concluso Morgan - Siamo ora nella stessa situazione di Al Gore quando iniziò la campagna di denuncia dei pericoli del riscaldamento globale. Ci sono migliaia di scienziati ed esperti, ci sono le competenze, ma non c’è nessuno che voglia tradurle in azioni”.

Capita, purtroppo, che Paesi in via di sviluppo, che non hanno mezzi adeguati per salvaguardare i propri siti, riescano comunque a trovare le risorse necessarie a farsi guerra proprio per rivendicare l’appartenenza di uno di questi patrimoni.
Il sito in questione è il “Sacro santuario” Preah Vihear che è, dopo il tempio di Angkor, il più spettacolare tra quelli costruiti dall’Impero dei Khmer, la cui dinastia regnò dall’802 al 1462 su buona parte del Sud-est asiatico (ndr: per una analisi delle cause del suo declino, si veda Massimo Lombardi “Prolungate siccità hanno costretto ad abbandonare Angkor”, in Regioni&Ambiente, n. 8/9 agostosettembre 2010, pagg. 10-12).
I Paesi che se ne contendono attualmente il possesso sono Cambogia e Thailandia.

Il tempio, il cui primo nucleo fu eretto nel IX secolo e dedicato al dio induista Shiva, fu successivamente ampliato, quando gli imperatori Khmer si allontanarono dall’induismo per aderire al buddismo mahayana.
Esso sorge a 525 m. sopra la pianura cambogiana e a 625 m. (s.l.m.), in cima ad un’alta falesia facente parte della catena dei monti Fangrek, che è lo spartiacque naturale tra le due nazioni, ma le carte geografiche del 1907, sottoscritte dal Siam (così si chiamava la Thailandia) e dalla Francia (di cui la Cambogia era una colonia), fanno passare il confine poco più a Nord, includendo la totalità del tempio nel territorio coloniale francese.

Per decenni, la Thailandia non ha contestato la demarcazione territoriale, ma nel 1954, subito dopo il ritiro delle truppe francesi, l’esercito di Bangkok si impadronì del tempio. La Cambogia, da poco indipendente, si appellò alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja, che nel 1962, con verdetto 9 a 3, decise che il tempio apparteneva alla Cambogia e che la Thailandia avrebbe dovuto restituire le sculture che aveva rimosso (7 a 5), astenendosi, comunque, dal tracciare un confine.
Quella intorno al tempio è solo una delle aree sensibili lungo un confine terrestre e marittimo, che in parte deve essere ancora fissato tra Thailandia e Cambogia. Così, Phnom Penh e Bangkok si sono via via accusate di continue violazioni delle rispettive sovranità territoriali, ma gli scontri si sono intensificati dopo il 2008, data in cui l’UNESCO ha accolto la proposta, avanzata dalla Cambogia, di inserire il sito tra quelli del Patrimonio Mondiale dell’Umanità, ricevendo l’avallo del Ministro degli Esteri tailandese che ne sottoscriveva il documento.

La scelta si è basata sull’eccezionale qualità dell’architettura e dello stato di conservazione del sito e della natura che lo circonda. In particolare, si è sottolineata la purezza degli ornamenti, che fanno del tempio un “capolavoro dell’architettura khmer”.
È chiaro, quindi, che la disputa viene ora utilizzata soprattutto per questioni politiche interne: i nazionalisti thai ne fanno oggetto di campagna elettorale per la tornata prevista in luglio, in cui tenteranno di rovesciare l’attuale premier che viene accusato di svendere un pezzo di storia del Paese; mentre il premier cambogiano strumentalizza le violazioni per rinsaldare il suo potere.
Il fatto è che le scaramucce, ricorrenti da due anni, sono degenerate in scontri d’artiglieria, che dal 4 al 7 febbraio hanno provocato 8 vittime.

C’è da sottolineare, inoltre, che la situazione desta preoccupazione dal punto di vista socio-sanitario, con 30.000 persone che sono state evacuate dalle loro abitazioni lungo i rispettivi confini, senza che possa essere assicurata loro un’adeguata sicurezza sanitaria, sia per la precarietà degli accampamenti che per l’accesso ad acqua potabile, con il rischio anche di un minor contrasto, lungo la fascia di territorio conteso, alla diffusione della malaria.
(IRIN, 4 february 2011 “Cambodia/ Thailand: Border row could aid spread of drug-resistant malaria”). Tant’è che il 14 febbraio il Consiglio di sicurezza ONU ha invitato i due Paesi ad “astenersi da qualsiasi azione possa peggiorare la situazione” e arrivare a un cessate il fuoco permanente.

Inoltre, i 10 Stati membri dell’ASEAN, l’Associazione dei Paesi del Sud-est asiatico, con l’avallo anche della Cina, si sono riuniti il 22 febbraio nel tentativo di rafforzare il cessate il fuoco. Il Governo di Bangkok, tuttavia, accusa l’UNESCO di aver provocato le tensioni, assegnando un riconoscimento a un monumento conteso, e si oppone a qualsiasi “ingerenza” nella “questione bilaterale”. Al contrario, le autorità cambogiane parlano apertamente di guerra, tanto da suggerire alle Nazioni Unite l’invio di caschi blu nell’area.

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