Solo continuando per altri due giorni rispetto al calendario previsto, la Conferenza sul Clima di Lima è riuscita a raggiungere faticosamente un compromesso che ora dovrà tradursi in “impegni”concreti, prima dello svolgimento della COP21 di Parigi alla fine del prossimo anno, allorché sarà sottoscritto l’Accordo vincolante per mantenere entro i 2 °C la temperatura globale al 2100.

manuel pulgar vidal unfccc cop20 lima

La Conferenza ONU sui Cambiamenti Climatici di Lima (COP20-UNFCCC) si era aperta il 1° dicembre 2014 in un clima di ottimismo per via dell’enfatizzato Accordo che era stato stipulato tra Stati Uniti e Cina per ridurre le emissioni di gas serra.
Ben presto si era capito, pero, che quell’impegno assunto dai due principali emettitori mondiali non avrebbe prodotto gli effetti sperati nel colmare lo iato esistente e perdurante in tutti i negoziati degli ultimi anni ovvero “a chi tocca la responsabilità di ridurre in maniera drastica le emissioni?”.
A far intravedere difficoltà nelle trattative in corso, giungevano le notizie relative al Green Climate Fund, il Fondo approvato alla COP16 di Cancún per contributi e investimenti a sostegno delle azioni e misure di adattamenti e mitigazione ai cambiamenti climatici dei Paesi in via di sviluppo. Dovrebbe raggiungere un budget di 100 miliardi di dollari all’anno entro il 2020, ma durante lo svolgimento della Conferenza era stato annunciato che si era arrivati ad appena 10 miliardi, scatenando le reazioni dei Paesi poveri che accusavano i Paesi ricchi di volersi sottrarre ancora una volta ai propri impegni.
Non era sfuggito il senso di preoccupazione che promanava dalla Dichiarazione di Ban Ki-moon fatta il 10 dicembre, a due giorni dalla prevista conclusione della Conferenza.
Nel constatare che “i governi stanno rispondendo come non lo avevano mai fatto prima”, il Segretario ONU ammetteva che finora “la nostra azione collettiva non è stata all'altezza delle nostre responsabilità”.

Il giorno seguente era intervenuto addirittura Papa Francesco che dopo aver sottolineato che “le conseguenze dei cambiamenti ambientali che già si sentono in modo drammatico in molti Stati, soprattutto quelli insulari del Pacifico, ci ricordano la gravità dell’incuria e dell’inazione; il tempo per trovare soluzioni globali si sta esaurendo; possiamo trovare soluzioni adeguate soltanto se agiremo insieme e concordi. Esiste pertanto un chiaro, definitivo e improrogabile imperativo etico ad agire”, auspicava una ”risposta collettiva responsabile, che superi gli interessi e i comportamenti particolari e si sviluppi libera da pressioni politiche ed economiche”.

Evidentemente, le questioni politiche ed economiche continuano a pesare più che quelle etiche, dal momento che al giorno previsto per la chiusura dell’evento non si profilava ancora alcun accordo, e per giungere ad un compromesso che salvaguardasse l’esito positivo della Conferenza sono occorsi altri due giorni.

Solo questa mattina le Agenzie di stampa annunciavano che a Lima durante la notte si era raggiunta un’intesa sul Documento da sottoscrivere a Parigi, il prossimo anno, durante lo svolgimento della COP21, ma che entrerà in vigore dal 2020.
Questo documento non è perfetto, ma rispetta le posizioni di tutte le Parti - ha dichiarato il Presidente di turno della Conferenza, Il Ministro dell’Ambiente peruviano, Manuel Pulgar Vidal - Con questo testo vinciamo tutti”.
Eppure, leggendo il testo finale “Further Advancing the Durban Platform”, predisposto e continuamente rivisitato da Pulgar Vidal fino alla sua stesura definitiva nella tarda serata di sabato 13, per essere poi votato in Assemblea, si possono individuare “vincitori e vinti”.
1) I Paesi meno sviluppati e i Piccoli Stati insulari in via di sviluppo hanno visto la riconferma del “Loss and Damage Mechanism”, definito l’anno scorso alla COP19 di Varsavia per il riconoscimento di "perdite e danni" a causa dei cambiamenti climatici, anche se obblighi e risarcimenti finanziari da parte dei principali Paesi emettitori è una questione tutta da verificare.
2) Gli Stati Uniti e l’Unione europea che volevano un testo che prevedesse informazioni dettagliate sugli impegni di riduzione delle emissioni dei singoli Paesi e la possibilità di un effettivo controllo, si sono trovati di fronte la resistenza della Cina che giudicava una limitazione della sua sovranità un monitoraggio effettuato nel Paese.
Il compromesso raggiunto è che i Paesi in via di Sviluppo “possono comunicare informazioni su strategie, piani e azioni per la riduzione di gas a effetto serra che riflette le loro circostanze particolari nel contesto degli intended nationally determined contributions [gli impegni nazionali da assumere formalmente entro marzo 2015]”
3) I Paesi industrializzati chiedevano che l’Accordo da sottoscrivere a Parigi fosse vincolante per tutti dal momento che anche Paesi in via di Sviluppo sono diventati ricchi ed industrializzati. Finora questi ultimi si sono sempre trincerati in una specie di clausola di salvaguardia (farewall) dell’ONU di “responsabilità comuni, ma differenziate”.
Ora nel testo approvato tale frase permane, accompagnata da "alla luce delle diverse circostanze nazionali", che riflette la situazione attuale di giganti economici come Cina e India.

Non è che a Lima abbiamo perso tutti, anche se ci dichiariamo “tutti vincitori”?