Accorato appello del Papa per le popolazioni più povere e le future generazioni

Durban

In attesa di conoscere quali saranno state le conclusioni della Conferenza di Durban sui Cambiamenti Climatici, prendiamo atto che alla sua vigilia Papa Benedetto XVI ha manifestato tutta la sua preoccupazione per il fenomeno del global warming ed ha lanciato un appello affinché si concordino azioni efficaci e solidali che tengano conto delle necessità dei Paesi poveri e delle generazioni che verranno.
Auspico che tutti i membri della comunità internazionale concordino una risposta responsabile, credibile e solidale a questo preoccupante e complesso fenomeno, tenendo conto delle esigenze delle popolazioni più povere e delle generazioni future - ha affermato il Pontefice all’Angelus della prima domenica dell’Avvento - A volte, in questo mondo che appare quasi perfetto, accadono cose sconvolgenti, o nella natura o nella società, per cui noi pensiamo che Dio sia assente e l’uomo sia l’unico padrone… che rimane atterrito quando si accorge che non è così”.
Seppure non sia la prima volta che Benedetto XVI denuncia gli attentati dell’uomo alla natura, è la prima volta che richiama i leader mondiali, a compiere quegli sforzi necessari affinché la Conferenza UNFCCC abbia una positiva conclusione.
Non sappiamo quanta presa possa avere l’invito del Papa al senso di responsabilità dei decision makers, ma ben conosciamo le loro tendenze a vedere gli scenari a breve termine, per cui riteniamo che con la crisi finanziaria del mondo occidentale i leader di Governo siano meno inclini a fare profondi tagli alla produzione di gas serra se ciò determina maggiori costi per le loro economie.

Il clima si è surriscaldato dopo che il testo finale da predisporre, come convenuto nell’ultima riunione del Comitato di transizione GCF (cfr. “Green Climate Fund, in pista per Durban?”, in Regioni&Ambiente, n. 9 settembre 2011, pagg. 6-7), non sarà inoltrato alla COP 17 per la sua approvazione, perché Stati Uniti e Arabia Saudita hanno voluto che venisse sottoposto ad una valutazione da parte delle Parti UNFCCC, riaprendo in pratica la negoziazione.
Inoltre, nel briefing di settembre “COP 17, Durban. A tipping point for the international climate talks”, World Development Movement, una battagliera ONG britannica che si batte per i diritti delle comunità povere del mondo, aveva anticipato i contenuti di un Rapporto, pubblicato poi in Novembre (“The end game in Durban? How developed countries bullied and bribed to try to kill Kyoto”), che svela le pressioni e le tattiche di corruzione (bullying and bribery), tra cui il ricatto degli aiuti finanziari ai Paesi poveri, messe in atto dai Paesi ricchi per cercare di far naufragare ogni tentativo di mettere in piedi un nuovo protocollo di Kyoto.
Ad incitare, poi, i Paesi più esposti agli effetti dei cambiamenti climatici a non tornare a mani vuote da Durban, è stato l’ex-Presidente del Costa Rica José María Figueres, fratello dell’attuale Segretaria esecutiva UNFCCC e Membro del board di DARA, una ONG che valuta la qualità e l’efficacia degli aiuti alle popolazioni vulnerabili, sofferenti per conflitti, disastri e cambiamenti climatici.
Parlando a Dhaka, nel corso del Climate Vulnerable Forum (13-14 dicembre 2011), aperto dal Segretario ONU Ban Ki-moon, Figueres ha affermato: “Siamo andati a Copenhagen con l’illusione di poter raggiungere un accordo equo. Siamo andati a Cancùn dove abbiamo osservato dei progressi, ma non sufficienti. La nostra frustrazione è profonda e continua a crescere. Ora sentiamo che abbiamo bisogno di ulteriori conferenze. Dobbiamo fare sul serio. Dovremmo andare a Durban con la ferma convinzione di non tornare fino a quando non abbiamo fatto sostanziali progressi”.
Un senso di rabbia si è diffuso tra i Paesi del G 77, allorquando il quotidiano inglese The Guardian ha pubblicato il 20 novembre un articolo dal titolo “I Paesi ricchi rinunciano ad un nuovo trattato sul clima prima del 2020”, in cui si rivelava che le maggiori economie mondiali, comprese Cina e India, si sarebbero accordate per raggiungere un trattato non prima del 2015-2016, ma che sarebbe entrato in vigore a partire dal 2020.
Da qui a minacciare un’occupazione di Durban sulla falsariga del movimento “Occupy Wall Street”, il passo è stato breve. Il Movimento “Occupy COP 17” ha annunciato dal suo website un’Assemblea Generale sul tema della Giustizia climatica per lunedì 28 novembre, presso lo Speakers Corner di Durban, non molto lontano dall’International Convention Centre (ICC) dove si svolgerà l’inaugurazione e i lavori della Conferenza delle Parti della Convenzione sui Cambiamenti Climatici.

Il fatto è che le emissioni globali sono aumentate nel 2010 del 5%, nonostante la crisi economica in atto, inoltre, gli sforzi per ridurle non sembrano aver imboccato la strada giusta, come testimoniato nell’ultimo Rapporto dell’UNEP “Bridging the emission gap”.
Lo Studio, il secondo dedicato a valutare il gap tra le misure volontarie di riduzione delle emissioni, quali presentate dai singoli Paesi in base a quanto previsto dal “Copenhagen Accord”, e quel che sarebbe necessario fare per mantenere la temperatura globale al di sotto dei 2 °C entro la fine del secolo, limite tollerabile dall’ecosistema Terra per evitare i disastrosi cambiamenti climatici, è stato presentato alla vigilia della Conferenza UNFCCC il 23 novembre 2011, stesso giorno e mese del primo (cfr: “Bisogna colmare il divario”, in Regioni&Ambiente, n. 12 dicembre 2010, pagg. 9-11)).
Condotto da una équipe di 55 scienziati ed esperti di 28 centri di ricerca di 15 Paesi, il Rapporto quest’anno ha valutato tra i 6 e gli 11 miliardi le tonnellate di CO2 emesse in eccesso rispetto all’obiettivo, gap in crescita rispetto all’anno scorso.
Questo Rapporto consegna nelle mani dei Governanti e dei Decisori politici informazioni vitali circa le loro opzioni se il mondo vuole affrontare la sfida dei cambiamenti climatici - ha scritto il Direttore esecutivo UNEP Achim Steiner nella prefazione - Entro l’anno i Paesi saranno in grado di prendere le loro decisioni a Durban, sulla base di scenari risolutivi tecnologici ed economici a disposizione che evidenziano il divario tra le attuali ambizioni e la realtà scientifica, accanto all’urgenza di colmare il divario”.
Il Rapporto ribadisce che è ancora possibile contrastare i cambiamenti climatici se si assume una leadership - ha ammonito Steiner - ma la finestra si sta socchiudendo”.
Per l’obiettivo dei 2 °C sono necessari livelli di emissioni nel 2020 pari a 44 miliardi di tonnellate, ma a quella data, se non si fa niente nel frattempo, secondo il Rapporto, le emissioni arriverebbero a 56 miliardi di tonnellate, per questo Steiner, in sede di presentazione, ha dichiarato che l’eventuale rinvio al 2020 dell’inizio di un nuovo trattato sulla riduzione delle emissioni “è una scelta politica, piuttosto che una decisione basata sulla scienza”.

L’Unione europea giunge all’appuntamento di Durban, con le proposte messe a punto a Lussemburgo il 10 ottobre 2011 dal Consiglio Ambiente e che vertono essenzialmente su maggiore chiarezza sugli obiettivi per ridurre le emissioni inquinanti, maggiore coinvolgimento di tutte le principali economie e risoluzione dei problemi rimasti irrisolti alla Conferenza di Cancún.
L’UE è pronta a fare da apripista, aderendo ad una seconda fase del protocollo di Kyoto, ma un Kyoto bis con soltanto l’Europa, che rappresenta l’11% delle emissioni complessive, è del tutto insufficiente - ha dichiarato Connie Hedegaard, Commissaria UE di Azione per il Clima - Le altre principali economie devono indicare una roadmap per un accordo globale, al massimo entro il 2020”.
Quest’ultima precisazione sembra un anticipo, non certo soddisfacente, di quelle che potrebbero essere le conclusioni della Conferenza di Durban.

In Sudafrica, la delegazione italiana sarà guidata dal neo-Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, Corrado Clini che vanta una consolidata esperienza delle Conferenze UNFCCC, avendo partecipato ai precedenti tavoli negoziali in qualità di Direttore generale del Ministero stesso, e che alla vigilia della Conferenza di Durban ha affermato che “L’UE dovrà fare uno sforzo per cercare altre forme, altre strade per avere un vero impegno globale. Questa è un po’ la sfida di Durban molto complicata, molto difficile, ma i cui termini di riferimento sono molto chiari”.
Sul sito del Ministero c’è l’esplicitazione di tale pensiero, là dove Clini indica che serve “un partenariato tra economie sviluppate e quelle emergenti per un’economia globale decarbonizzata basata su regole condivise, sulla cooperazione tecnologica, misure e incentivi globali a favore di energie e tecnologie a basso tenore di carbonio”.
La domanda di energia - continua Clini - cresce soprattutto nei Paesi che stanno uscendo dal sottosviluppo (dalla Cina al Sudafrica, dall’India al Brasile, dal Messico all’Indonesia) e nessuno può chiedere a questi Paesi di bloccare la propria crescita economica. D’altra parte l’aumento della domanda di energia può essere disgiunto dall’aumento delle emissioni, sviluppando e usando fonti energetiche e tecnologie a basso contenuto di carbonio a cominciare dalle rinnovabili”.

In fin dei conti, Durban dovrà rispondere proprio a questo interrogativo: “Come far fronte alla domanda crescente di energia, senza aumentare le emissioni di CO2 equivalenti?”.
Ma la risposta non sarà ovvia, né scontata!

UNEP 15

Fonte: UNEP

In attesa di conoscere quali saranno stati le conclusioni della Conferenza di Durban sui Cambiamenti Climatici, prendiamo atto che alla sua vigilia Papa Benedetto XVI ha manifestato tutta la sua preoccupazione per il fenomeno del global warming ed ha lanciato un appello affinché si concordino azioni efficaci e solidali che tengano conto delle necessità dei Paesi poveri e delle generazioni che verranno.
“Auspico che tutti i membri della comunità internazionale concordino una risposta responsabile, credibile e solidale a questo preoccupante e complesso fenomeno, tenendo conto delle esigenze delle popolazioni più povere e delle generazioni future - ha affermato il Pontefice all’Angelus della prima domenica dell’Avvento - A volte, in questo mondo che appare quasi perfetto, accadono cose sconvolgenti, o nella natura o nella società, per cui noi pensiamo che Dio sia assente e l’uomo sia l’unico padrone… che rimane atterrito quando si accorge che non è così”.
Seppure non sia la prima volta che Benedetto XVI denuncia gli attentati dell’uomo alla natura, è la prima volta che richiama i leader mondiali, a compiere quegli sforzi necessari affinché la Conferenza UNFCCC abbia una positiva conclusione.
Non sappiamo quanta presa possa avere l’invito del Papa al senso di responsabilità dei decision makers, ma ben conosciamo le loro tendenze a vedere gli scenari a breve termine, per cui riteniamo che con la crisi finanziaria del mondo occidentale i leader di Governo siano meno inclini a fare profondi tagli alla produzione di gas serra se ciò determina maggiori costi per le loro economie.

Il clima si è surriscaldato dopo che il testo finale da predisporre, come convenuto nell’ultima riunione del Comitato di transizione GCF (cfr. “Green Climate Fund, in pista per Durban?”, in Regioni&Ambiente, n. 9 settembre 2011, pagg. 6-7), non sarà inoltrato alla COP 17 per la sua approvazione, perché Stati Uniti e Arabia Saudita hanno voluto che venisse sottoposto ad una valutazione da parte delle Parti UNFCCC, riaprendo in pratica la negoziazione.
Inoltre, nel briefing di settembre “COP 17, Durban. A tipping point for the international climate talks”, World Development Movement, una battagliera ONG britannica che si batte per i diritti delle comunità povere del mondo, aveva anticipato i contenuti di un Rapporto, pubblicato poi in Novembre (“The end game in Durban? How developed countries bullied and bribed to try to kill Kyoto”), che svela le pressioni e le tattiche di corruzione (bullying and bribery), tra cui il ricatto degli aiuti finanziari ai Paesi poveri, messe in atto dai Paesi ricchi per cercare di far naufragare ogni tentativo di mettere in piedi un nuovo protocollo di Kyoto.
Ad incitare, poi, i Paesi più esposti agli effetti dei cambiamenti climatici a non tornare a mani vuote da Durban, è stato l’ex-Presidente del Costa Rica José María Figueres, fratello dell’attuale Segretaria esecutiva UNFCCC e Membro del board di DARA, una ONG che valuta la qualità e l’efficacia degli aiuti alle popolazioni vulnerabili, sofferenti per conflitti, disastri e cambiamenti climatici.
Parlando a Dhaka, nel corso del Climate Vulnerable Forum (13-14 dicembre 2011), aperto dal Segretario ONU Ban Ki-moon, Figueres ha affermato: “Siamo andati a Copenhagen con l’illusione di poter raggiungere un accordo equo. Siamo andati a Cancùn dove abbiamo osservato dei progressi, ma non sufficienti. La nostra frustrazione è profonda e continua a crescere. Ora sentiamo che abbiamo bisogno di ulteriori conferenze. Dobbiamo fare sul serio. Dovremmo andare a Durban con la ferma convinzione di non tornare fino a quando non abbiamo fatto sostanziali progressi”.
Un senso di rabbia si è diffuso tra i Paesi del G 77, allorquando il quotidiano inglese The Guardian ha pubblicato il 20 novembre un articolo dal titolo “I Paesi ricchi rinunciano ad un nuovo trattato sul clima prima del 2020”, in cui si rivelava che le maggiori economie mondiali, comprese Cina e India, si sarebbero accordate per raggiungere un trattato non prima del 2015-2016, ma che sarebbe entrato in vigore a partire dal 2020.
Da qui a minacciare un’occupazione di Durban sulla falsariga del movimento “Occupy Wall Street”, il passo è stato breve. Il Movimento “Occupy COP 17” ha annunciato dal suo website un’Assemblea Generale sul tema della Giustizia climatica per lunedì 28 novembre, presso lo Speakers Corner di Durban, non molto lontano dall’International Convention Centre (ICC) dove si svolgerà l’inaugurazione e i lavori della Conferenza delle Parti della Convenzione sui Cambiamenti Climatici.

Il fatto è che le emissioni globali sono aumentate nel 2010 del 5%, nonostante la crisi economica in atto, inoltre, gli sforzi per ridurle non sembrano aver imboccato la strada giusta, come testimoniato nell’ultimo Rapporto dell’UNEP “Bridging the emission gap”.
Lo Studio, il secondo dedicato a valutare il gap tra le misure volontarie di riduzione delle emissioni, quali presentate dai singoli Paesi in base a quanto previsto dal “Copenhagen Accord”, e quel che sarebbe necessario fare per mantenere la temperatura globale al di sotto dei 2 °C entro la fine del secolo, limite tollerabile dall’ecosistema Terra per evitare i disastrosi cambiamenti climatici, è stato presentato alla vigilia della Conferenza UNFCCC il 23 novembre 2011, stesso giorno e mese del primo (cfr: “Bisogna colmare il divario”, in Regioni&Ambiente, n. 12 dicembre 2010, pagg. 9-11)).
Condotto da una équipe di 55 scienziati ed esperti di 28 centri di ricerca di 15 Paesi, il Rapporto quest’anno ha valutato tra i 6 e gli 11 miliardi le tonnellate di CO2 emesse in eccesso rispetto all’obiettivo, gap in crescita rispetto all’anno scorso.
“Questo Rapporto consegna nelle mani dei Governanti e dei Decisori politici informazioni vitali circa le loro opzioni se il mondo vuole affrontare la sfida dei cambiamenti climatici - ha scritto il Direttore esecutivo UNEP Achim Steiner nella prefazione - Entro l’anno i Paesi saranno in grado di prendere le loro decisioni a Durban, sulla base di scenari risolutivi tecnologici ed economici a disposizione che evidenziano il divario tra le attuali ambizioni e la realtà scientifica, accanto all’urgenza di colmare il divario”.
“Il Rapporto ribadisce che è ancora possibile contrastare i cambiamenti climatici se si assume una leadership - ha ammonito Steiner - ma la finestra si sta socchiudendo”.
Per l’obiettivo dei 2 °C sono necessari livelli di emissioni nel 2020 pari a 44 miliardi di tonnellate, ma a quella data, se non si fa niente nel frattempo, secondo il Rapporto, le emissioni arriverebbero a 56 miliardi di tonnellate, per questo Steiner, in sede di presentazione, ha dichiarato che l’eventuale rinvio al 2020 dell’inizio di un nuovo trattato sulla riduzione delle emissioni “è una scelta politica, piuttosto che una decisione basata sulla scienza”.

L’Unione europea giunge all’appuntamento di Durban, con le proposte messe a punto a Lussemburgo il 10 ottobre 2011 dal Consiglio Ambiente e che vertono essenzialmente su maggiore chiarezza sugli obiettivi per ridurre le emissioni inquinanti, maggiore coinvolgimento di tutte le principali economie e risoluzione dei problemi rimasti irrisolti alla Conferenza di Cancún.
“L’UE è pronta a fare da apripista, aderendo ad una seconda fase del protocollo di Kyoto, ma un Kyoto bis con soltanto l’Europa, che rappresenta l’11% delle emissioni complessive, è del tutto insufficiente - ha dichiarato Connie Hedegaard, Commissaria UE di Azione per il Clima - Le altre principali economie devono indicare una roadmap per un accordo globale, al massimo entro il 2020”.
Quest’ultima precisazione sembra un anticipo, non certo soddisfacente, di quelle che potrebbero essere le conclusioni della Conferenza di Durban.

In Sudafrica, la delegazione italiana sarà guidata dal neo-Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, Corrado Clini che vanta una consolidata esperienza delle Conferenze UNFCCC, avendo partecipato ai precedenti tavoli negoziali in qualità di Direttore generale del Ministero stesso, e che alla vigilia della Conferenza di Durban ha affermato che “L’UE dovrà fare uno sforzo per cercare altre forme, altre strade per avere un vero impegno globale. Questa è un po’ la sfida di Durban molto complicata, molto difficile, ma i cui termini di riferimento sono molto chiari”.
Sul sito del Ministero c’è l’esplicitazione di tale pensiero, là dove Clini indica che serve “un partenariato tra economie sviluppate e quelle emergenti per un’economia globale decarbonizzata basata su regole condivise, sulla cooperazione tecnologica, misure e incentivi globali a favore di energie e tecnologie a basso tenore di carbonio”.
“La domanda di energia - continua Clini - cresce soprattutto nei Paesi che stanno uscendo dal sottosviluppo (dalla Cina al Sudafrica, dall’India al Brasile, dal Messico all’Indonesia) e nessuno può chiedere a questi Paesi di bloccare la propria crescita economica. D’altra parte l’aumento della domanda di energia può essere disgiunto dall’aumento delle emissioni, sviluppando e usando fonti energetiche e tecnologie a basso contenuto di carbonio a cominciare dalle rinnovabili”.

In fin dei conti, Durban dovrà rispondere proprio a questo interrogativo: “Come far fronte alla domanda crescente di energia, senza aumentare le emissioni di CO2 equivalenti?”.
Ma la risposta non sarà ovvia, né scontata!