Deludenti conclusioni alla Conferenza intermedia sui cambiamenti climatici in vista della COP di Doha

Christiana Figueres Bonn Climate Change Conference May 2012

La scarsa copertura mediatica che ha avuto la Climate Change Conference di Bonn (14-25 maggio 2012) non è un buon segnale circa l’interesse che in questo momento suscitano le conseguenze sociali ed economiche del global warming, soprattutto in considerazione che si è svolta ad un solo mese dalla Conferenza RIO +20 sullo Sviluppo Sostenibile, come se le due tematiche non fossero strettamente connesse.

C’è da osservare, poi, che l’evento non è stato uno dei tanti Climate talks poiché interveniva per la prima volta dopo la COP 17 di Durban e preparava la COP 18 di Doha, in Qatar (26 novembre-7 dicembre 2012), comprendendo:
- la 36a Sessione dell’Organo Sussidiario di Attuazione (SBI) che svolge l’attività di esame e revisione sulla effettiva attuazione della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC);
- la 36a Sessione dell’Organo Sussidiario del Consiglio Scientifico e Tecnologico (SBSTA) che fornisce informazioni e consulenza su questioni scientifiche e tecniche;
- la 17a Sessione del Gruppo di Lavoro sugli ulteriori impegni delle Parti di cui all’Allegato I del Protocollo di Kyoto (AWG-KP);
- la 15a Sessione del Gruppo di Lavoro per le Azioni di Lunga Durata (AWG-LCA) ai sensi della UNFCCC;
- la 1a Sessione del Gruppo di Lavoro sulla Piattaforma di d’Azione di Durban (Enhanced ADP).

Proprio quest’ultima Sessione della Conferenza ha creato le maggiori difficoltà e suscitato le discordie tra i 183 Paesi convenuti.

A Durban si era raggiunta un’intesa per un Accordo globale (Durban Platform) sulla limitazione delle emissioni climalteranti, coinvolgendo tutti i Paesi dell’UNFCCC senza più distinzioni tra Paesi Industrializzati (Allegato I) e quelli in via di sviluppo (Allegato II), dal momento che gli scenari sono ormai ben diversi da quelli che avevano dato avvio al Protocollo di Kyoto.

Questo Accordo dovrebbe essere definito entro il 2015, ma diverrebbe operativo dal 2020, nel frattempo il Protocollo di Kyoto proseguirebbe oltre la scadenza (2012), impegnando ulteriormente (fino al 2017) i Paesi sottoscrittori.

A Bonn il Gruppo di Lavoro ad Hoc si è trovato subito diviso sul “principio di responsabilità” che a Durban sembrava esser stato accantonato, avallando di fatto il timore che quell’intesa raggiunta all’ultimo momento costituisse solo l’occasione per non far fallire la Conferenza, salvo poi rimettere in discussione, in seguito, quel che era stato sottoscritto, come abbiamo temuto anche noi quando ci domandavamo se quell’Accordo fosse stato “scritto sull’acqua” (cfr: “Comunque sia andata… è stato un successo!”, in Regioni&Ambiente, n. 1-2 gennaio-febbraio 2012, pag. 6).

Il mondo non può permettersi che alcuni vogliano fare marcia indietro da quel che era stato concordato a Durban appena cinque mesi fa - ha dichiarato il Commissario UE per il Clima Connie Hedegaard che in Sudafrica era stata l’artefice della mediazione raggiunta per “colmare il divario” tra i impegni volontari di riduzione delle emissioni, assunti dai singoli Paesi sulla base degli Acuerdos de Cancún raggiunti nella COP messicana, e quel che sarebbe necessario fare per mantenere entro un aumento di 2 °C la temperatura globale alla fine del secolo - Durban ha rappresentato, e rappresenta, un pacchetto di delicato equilibrio in cui tutti gli elementi debbono essere collocati con identico passo. Non è una scelta sulla base di un menu. È decisamente frustrante verificare i tentativi di fare marcia indietro messi in atto durante queste due settimane a Bonn”.

Il riferimento esplicito era rivolto a Cina ed India che, spalleggiate dai Paesi arabi e da alcuni dell’America latina, vogliono mantenere il principio delle “responsabilità comuni, ma differenziate”, oltre a quello della “responsabilità storica” all’interno del Durban Platform, come statuito, peraltro, dalla Convenzione stessa.

Il Capo delegazione USA, Jonathan Pershing ha espresso delusione per gli intoppi creatisi: “Siamo stati scontenti e frustrati che le discussioni alla Conferenza si siano essenzialmente focalizzate su questioni procedurali. Le Parti non debbono rinegoziare accordi che abbiamo già raggiunto”.

Pershing ha affermato che la distinzione tra Paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo: “Non è sostenibile. Se un Paese si può permettere di avere degli aerei, può essere in grado di tagliarne anche le emissioni”. Pershing, però, dimentica che le compagnie aeree degli USA hanno intentato causa contro l’UE che dal 1° gennaio 2012 ha introdotto l’ETS all’aviazione per cui le compagnie che effettuano atterraggi o decolli in aeroporti europei debbono corrispondere una tassa di compensazione per l’anidride carbonica emessa, condividendo in merito le minacce di ripercussioni per tale provvedimento espresse da Cina e India.

Merita segnalazione, tuttavia, il nuovo principio enunciato dal negoziatore statunitense di “future responsibility” che dovrebbe sostituire il principio della Convenzione della “responsabilità storica”: “La storia di domani è l’azione di oggi e si deve agire immediatamente”.

Che ci sia la necessità di agire quanto prima è stato sottolineato dai dati preliminari del “World Energy Outlook”, rilasciati per l’occasione dall’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA), secondo cui le emissioni globali continuano a crescere, segnando nel 2011 un nuovo record (+ 3,2% rispetto all’anno prima), attribuibile essenzialmente a Cina (+ 9,3%) e India (+ 8,7), anche se a livello pro-capite le emissioni di questi Paesi sono ancora molto lontani rispetto ai Paesi sviluppati.

Dopo due settimane di diatribe, però, il Gruppo di Lavoro ad Hoc è riuscito a definire solo l’agenda dei futuri lavori e sulla presidenza dell’organo che è stata affidata in coabitazione all’indiano Jayant Moreshwar Mauskar e al norvegese Harold Dovland.

Va da sé che in tale contesto anche i lavori degli altri gruppi sono stati rallentati, anche se si sono conseguiti alcuni risultati, soprattutto nei lavori sul prolungamento del Protocollo di Kyoto che dovrà essere approvato a Doha, sulla lotta alla deforestazione, sul ruolo dell’agricoltura per contrastare i cambiamenti climatici e sul trasferimento tecnologico ai Paesi in via di sviluppo, mentre è rimasto ancora in stallo il problema relativo al finanziamento del “Fondo Verde per il Clima” che dovrebbe aiutare i Paesi più poveri a ridurre le emissioni e far fronte ai cambiamenti indotti dal global warming.

Non si sa ancora se ci sarà un’altra Conferenza propedeutica di Doha (si è parlato di Bangkok a settembre), ma dal sito dell’UNFCCC non se ne fa cenno.
Il “clima” non è buono, come è comprensibile che sia dopo la delusione che la Conferenza di Bonn ha diffuso.

Qualche giorno più tardi, la Segretaria esecutiva UNFCCC, Christiana Figueres, intervenuta alla Carbon Expo Exhibition and Conference di Colonia ha dichiarato: “So che siamo tutti frustrati per la lentezza del processo intergovernativo, ma, nonostante il ritmo che è assolutamente inaccettabile, i Governi stanno perserverando perché non hanno, e non abbiamo, altra scelta”.

Speriamo che sia così, ma al momento non ci sono motivi per essere ottimisti e il miglior commento alla situazione attuale è quella di Mithika Mwenda, Coordinatore di Pan African Climate Justice Alliance, che, a conclusione dei lavori di Bonn, ha affermato: “Stiamo ponendo le basi per far crollare i negoziati sul clima. È come sul Titanic, sia i Paesi industrializzati che quelli in via di sviluppo affonderanno”.