Il dato emerge dal XII Rapporto dell’ISPRA. In aumento anche l’incremento per import-export e incenerimento, a seguito della “ripresina”.

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La quantificazione della produzione e gestione dei rifiuti speciali in Italia è operazione non semplice vuoi per la normativa che subisce continue modifiche in termini di esenzioni totali o parziali del MUD (Modello Unico di Dichiarazione ambientale) da parte dei produttori di rifiuti speciali non pericolosi, nonché per la mancata entrata in vigore del sistema di tracciabilità elettronica (SISTRI).

Così la banca dati MUD su cui attingere le informazioni non può offrire indicazioni precise sulla quantità annuale di rifiuti speciali non pericolosi prodotti. Perciò l’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione la Ricerca Ambientale) per sopperire, in parte, alla carenza di informazioni è costretto ad utilizzare metodologie di stima per alcuni settori per i quali si è sempre rilevata una deficienza informativa. Da qui potrebbe derivare che sia parzialmente sottostimato anche il dato integrato di una parte importante del settore rifiuti speciali che rappresenta in termini di quantità prodotte cifre stimate nell’ordine di 4-5 volte quelle dei rifiuti urbani e con caratteristiche, per la parte relativa ai pericolosi, assai più problematiche.

Inoltre, c’è da osservare che nonostante gli sforzi compiuti dall’Istituto per cercare di offrire con tempestività i dati per questa categoria di rifiuti, per le ragioni sopra esposte risultano sempre differiti, anche se i tempi si stanno accorciando di anno in anno, rispetto a quelli relativi ai rifiuti urbani.

Pertanto, la XII edizione del “Rapporto Rifiuti Speciali” che l’ISPRA ha presentato la settimana scorsa si riferisce al 2010, anno in cui anche la produzione di rifiuti urbani era cresciuta dell’1,1% rispetto all’anno precedente, raggiungendo i 32,5 milioni di tonnellate (dati ISPRA).
Tale riferimento è opportuno se si vuole fare raffronti omogenei.

Il dato che emerge del Rapporto e che viene sottolineato nel comunicato stampa dell’Istituto è che la produzione di rifiuti speciali nel 2010 è cresciuta del 2,4%, portandosi a 137,9 milioni di tonnellate come conseguenza della “ripresina” del mercato e dell’industria, anche se l’aumento è ascrivibile totalmente alla produzione di rifiuti speciali non pericolosi che, rispetto al 2009, ha mostrato un incremento del 3,1% (circa 3,9 milioni di tonnellate) tornando ai livelli del 2008. La produzione di rifiuti pericolosi,viceversa, presenta un calo del 6,3%, pari a quasi 655 mila tonnellate.

I rifiuti speciali non pericolosi provengono soprattutto dal settore costruzioni e demolizioni (46,2%) e dalle attività manifatturiere (26,4%), mentre alle attività di trattamento dei rifiuti è attribuibile il 20,2% della produzione complessiva, con quasi 26 milioni di tonnellate.

Per quanto riguarda i rifiuti pericolosi, il Rapporto evidenzia che il settore manifatturiero ha prodotto circa la metà del totale (47,8%), pari a 4,6 milioni di tonnellate (il 63,8% dei quali, pari a 2,9 milioni di tonnellate deriva dall’industria chimica della raffinazione e della fabbricazione di prodotti chimici, di articoli in gomma e in materie plastiche). Il 24,4% è invece attribuibile al settore “servizi, commercio e trasporti”, che ricomprende un quantitativo pari a circa 1,7 milioni di tonnellate di veicoli fuori uso, e il 18,4% proviene dalle attività di trattamento rifiuti.

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Passando alle statistiche dei rifiuti, ripartiti in base alle caratteristiche merceologiche, i rifiuti speciali pericolosi maggiormente prodotti risultano i “Fanghi derivanti dalle acque reflue industriali” con un quantitativo pari a circa 2,4 milioni di tonnellate (24,5% del totale prodotto), seguiti dai “Veicoli fuori uso” con quasi 1,7 milioni di tonnellate (17,3%) e dai “Rifiuti chimici” che rappresentano il 14,0% del totale dei rifiuti pericolosi prodotti, con 1,3 milioni di tonnellate.

I rifiuti non pericolosi maggiormente prodotti risultano invece quelli da “Rifiuti minerali della costruzione e della demolizione”, il cui quantitativo ammonta a 35,7 milioni di tonnellate (27,9% del totale di rifiuti non pericolosi). Seguono le “Terre e rocce da scavo” con 15,1 milioni di tonnellate (11,8% del totale), i “Rifiuti metallici ferrosi” con 9,8 milioni di tonnellate (7,7%) ed i “Rifiuti misti da impianti di trattamento dei rifiuti” con quasi 9,6 milioni di tonnellate (7,5%).

Sempre nel 2010, i rifiuti speciali complessivamente gestiti in Italia sono stati circa 145 milioni di tonnellate, di cui 133 milioni (il 91,8% del totale) costituiti da rifiuti non pericolosi e i restanti 12 milioni (8,2%) da rifiuti pericolosi.
La forma di gestione prevalente è rappresentata dal recupero di materia, con il 57,5% del totale dei rifiuti gestiti, seguono il trattamento chimico, fisico e biologico, con il 17,2%, lo stoccaggio prima dell’avvio ad operazioni di recupero/smaltimento (14,8%) e lo smaltimento in discarica con l’8,2%. In particolare, nel 2010, i rifiuti non pericolosi avviati alle operazioni di recupero di materia sono stati circa 81,4 milioni di tonnellate: alle operazioni di smaltimento sono stati invece avviati oltre 30 milioni di tonnellate di rifiuti non pericolosi (22,6% del totale non pericoloso gestito); lo smaltimento in discarica, con oltre 11 milioni di tonnellate, rappresenta il 37,1% del totale dei rifiuti speciali non pericolosi smaltiti.

I rifiuti speciali pericolosi vengono avviati soprattutto ad operazioni di smaltimento, che interessano complessivamente 9,5 milioni di tonnellate, circa l’80% del totale gestito. L’operazione di smaltimento maggiormente utilizzata è il trattamento chimico-fisico, con circa 7,3 milioni di tonnellate, il 76,3% del totale. Nel 2010, in discarica sono state avviate 777 mila tonnellate (8,2%). I rifiuti pericolosi recuperati sia sotto forma di materia che di energia sono oltre 2 milioni di tonnellate.

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Risulta in crescita del 19%, rispetto al 2009, la quantità totale di rifiuti speciali esportata (3,8 milioni di tonnellate), soprattutto in Germania. Un incremento consistente (+46%) si riscontra anche per l’importazione, che riguarda circa 4,9 milioni di tonnellate ed è riconducibile, secondo l’ISPRA, alla maggiore importazione di rifiuti di natura metallica destinati principalmente alla Lombardia.

Sono 475 le discariche che hanno, nel 2010, smaltito rifiuti speciali; la maggior parte è localizzata al Nord (268 impianti), 74 al Centro e 133 al Sud. Nel 2010 sono state smaltite in discarica circa 12 milioni di tonnellate di rifiuti speciali, con una riduzione, rispetto al 2009, di quasi il 7%. I rifiuti pericolosi smaltiti in discarica ammontano a oltre 777 mila tonnellate (6,5% del totale), di questi il 62,4% viene smaltito in discariche per rifiuti non pericolosi, e solo il 37,6% in discariche per rifiuti pericolosi. I rifiuti di materiali da costruzione contenenti amianto allocati in discarica ammontano a circa 100 mila tonnellate (12,9% del totale dei rifiuti pericolosi smaltiti); gli altri rifiuti pericolosi di amianto sono circa 11 mila tonnellate.

Gli impianti di incenerimento di rifiuti speciali sono 103, di cui 38 trattano principalmente rifiuti urbani e quantità più modeste di rifiuti speciali. Gli impianti sono localizzati in gran parte al Nord (63), mentre al Sud ne sono presenti 24 ed al Centro 16. Complessivamente, nel 2010, sono stati inceneriti quasi 979 mila tonnellate di rifiuti speciali (397 mila tonnellate di rifiuti pericolosi e circa 582 mila tonnellate di non pericolosi). Rispetto al 2009 si è registrato un incremento del 4% dei rifiuti inceneriti (circa 40 mila tonnellate in più), che riguarda prevalentemente i rifiuti speciali non pericolosi (+8%).

Riguardo il recupero energetico, infine, nel 2010 gli impianti industriali in esercizio che utilizzano i rifiuti speciali come fonte di energia erano 500. Il quantitativo totale di rifiuti speciali recuperati sotto forma di energia è pari a circa 2,3 milioni di tonnellate, con un aumento, rispetto al 2009, del 2%. Il quadro regionale evidenzia che la maggior parte dei rifiuti speciali recuperati, ben l’81%, è trattato in sole 7 regioni: la Lombardia (27%), l’Emilia Romagna (19%), il Piemonte (10%), il Friuli Venezia Giulia con (8%), il Veneto (7%), la Puglia (6%), ed infine l’Umbria (4%).