Dal Rapporto dell’ISPRA, presentato nel corso di un Convegno a Roma presso l’Aula dei Gruppi Parlamentari, emerge una sollecitazione per i politici a non perdere ulteriore tempo nell’approvare una Legge che limiti il consumo di suolo.

soil-sealing

Anche nel 2012, nonostante la crisi, è continuato in Italia il consumo di suolo dovuto all’espansione urbana e infrastrutturale, aggiungendo negli ultimi 3 anni altri 720 km2 di perdita irreversibile di territorio nazionale, un’area pari alla somma dei comuni di Milano, Firenze, Bologna, Napoli e Palermo.

Il dato emerge dal 1° Rapporto “Il consumo di suolo in Italia” realizzato dall’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) presentato nel corso dell’omonimo Convegno, svoltosi il 26 marzo 2014 a Roma presso l’Aula dei Gruppi Parlamentari e avente le finalità di momento di riflessione critica, di aggiornamento e di confronto sull’attuale capacità di valutazione dello stato del territorio a livello nazionale.

Le proposte di legge per limitare il consumo di suolo giacciono in Parlamento e, nonostante le disastrose alluvioni che stanno colpendo reiteramente le regioni italiane, non procedono speditamente.
Prima era stato il Governo Monti ad approvare nel settembre 2012, su proposta del Ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, un d.d.l che non aveva trovato grande entusiasmo nella Conferenza delle Regioni, decadendo successivamente con la fine della legislatura.
In giugno 2014 era stato il Ministro dell’Ambiente Andrea Orlando a riproporne un altro, ma era stato licenziato definitivamente solo alla vigilia di Natale 2013 (d.d.l. rubricato alla Camera con C. 2039), constatando che “era stato fermo 8 mesi alla Conferenza unificata delle Regioni. Ora si fanno i primi passi in Parlamento. Siccome tutte le forze politiche di maggioranza e opposizione hanno dichiarato di essere favorevoli a misure che vadano in questo senso, spero si vada più velocemente. Mi auguro che entro la primavera possa essere approvata”.
Nel frattempo, altre proposte di legge di iniziativa parlamentare in materia di valorizzazione delle aree agricole e di contenimento del consumo del suolo erano state presentate alla Camera dei Deputati (C. 902, C. 947, C. 1176 e C. 1909), che rischiano, comunque, di allungare i tempi di approvazione.
Prima di tutto lo dico al Parlamento: sarebbe necessario che si arrivasse all'approvazione del ddl sul consumo di suolo. Un processo che dovrebbe essere concluso prima del semestre europeo a guida italiana – ha affermato il neo Ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti, intervenuto al Convegno - Potremmo spendere quella legge ed essere di esempio agli altri Paesi".

In merito ai risultati del Rapporto, il Ministro ha sottolineato che “Si tratta di un strumento importante. Io però ho sempre paura di questi rapporti: è 'bellissimo diciamo tutti', poi dal giorno dopo ce ne dimentichiamo. Non vorrei che questo rapporto facesse questa fine", dal momento che ci sono "dati importanti per lo sviluppo del Paese".

Vediamo in modo più dettagliato quali sono gli aspetti di maggior rilievo contenuti nel Rapporto che, ricostruendo l’andamento del consumo di suolo in Italia dal 1956 al 2012, si configura non soltanto come raccolta di dati e informazioni validate, rese interoperabili e condivise, ma come tassello fondamentale, con il contributo di tutti gli altri soggetti istituzionalmente preposti, per fornire una visione complessiva dei processi fisici, chimici e biologici che governano il suolo e l’ambiente nella sua totalità, a supporto di chi dovrà decidere e operare scelte in questi settori. 

Si è ormai perso irreversibilmente, si dice nel Rapporto, il 7,3% del nostro territorio e prosegue al ritmo di 8 m2 al secondo. Ma non è solo colpa dell’edilizia. In Italia si consuma suolo anche per costruire infrastrutture  che, insieme agli edifici, ricoprono quasi l’80% del territorio artificiale (strade asfaltate e ferrovie 28% - strade sterrate e infrastrutture di trasporto secondarie 19%), seguite dalla presenza di edifici (30%) e di parcheggi, piazzali e aree di cantiere (14%).

impermiabilizzazione-del-suolo

Impermeabilizzazione del suolo a livello comunale (%), anno 2009, elaborazioni ISPRA su dati Copernicus.

La cementificazione galoppante comporta anche impatti sui cambiamenti climatici: dal 2009 al 2012, di conseguenza, sono stati immessi in atmosfera 21 milioni di tonnellate di CO2 - valore pari all’introduzione nella rete viaria di 4 milioni di utilitarie in più (l’11% dei veicoli circolanti nel 2012) con una percorrenza di 15.000 km/anno - per un costo complessivo stimato intorno ai 130 milioni di euro.

La trasformazione del suolo agricolo in cemento non produce impatti solo sui cambiamenti climatici, ma anche sull’acqua e sulla capacità di produzione agricola.
Negli ultimi 3 anni, tenendo presente che un suolo pienamente funzionante immagazzina acqua fino a 3.750 tonnellate per ettaro (circa 400 mm di precipitazioni), per via della conseguente impermeabilizzazione abbiamo perso una capacità di ritenzione pari a 270 milioni di tonnellate d’acqua che, non potendo infiltrarsi nel terreno, deve essere gestita. In base ad uno studio del Central Europe Programme, secondo il quale 1 ettaro di suolo consumato comporta una spesa di 6.500 euro (solo per la parte relativa al mantenimento e la pulizia di canali e fognature), il costo della gestione dell’acqua non infiltrata in Italia dal 2009 al 2012, è stato stimato intorno ai 500 milioni di euro.
Ancora, il consumo di suolo produce forti impatti anche sull’agricoltura e, quindi, sull’alimentazione: solo per fare un esempio, se i 70 ettari di suolo perso ogni giorno fossero coltivati esclusivamente a cereali, nel periodo 2009-2012 avremmo impedito la produzione di 450.000 tonnellate di cereali, con un costo di 90 milioni di euro ed un ulteriore aumento della dipendenza italiana dalle importazioni

A livello regionale, Lombardia e Veneto, con oltre il 10%, mantengono il “primato nazionale” della copertura artificiale, mentre Emilia Romagna, Lazio, Campania, Puglia e Sicilia si collocano tutte tra l’8% e il 10%. I comuni più cementificati d’Italia rimangono Napoli (62,1%), Milano (61,7%), Torino (54,8%), Pescara (53,4%), Monza (48,6%), Bergamo (46,4%) e Brescia (44,5%).

Peraltro, il Report rappresenta un valido strumento per l’individuazione di strategie utili a contrastare le minacce dovute alle attività antropiche, perché solo attraverso la conoscenza dell’intero sistema e dei processi che lo governano sarà possibile porre le basi per interventi concreti sulle cause del suo deterioramento ed alterazione.

Il mese scorso, il Capo della Protezione Civile, di ritorno dall’ennesimo sopralluogo in una delle tante aree colpite da calamità “naturali”, intervistato dall’Agenzia Ansa ha proposto di bloccare le nuove costruzioni per 10 anni, mettendo tutte le risorse disponibili nella messa in sicurezza del territorio.
Se il paese scegliesse di non fare nuove case - ha affermato Franco Gabrielli - ma di mettere in sicurezza quelle che ci sono, salvaguarderebbe quel patrimonio unico al mondo che sono il nostro territorio, le nostre comunità, i nostri abitanti e che, invece, in questa condizione di generale abbandono è messo in pericolo” .
In un Paese dove la “rendita fondiaria” è stata sempre salvaguardata ed enorme è il peso politico del “blocco edilizio”, dubitiamo che possa essere conseguito un tale obiettivo!