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Nella sessione plenaria internazionale conclusiva della VII edizione degli Stati Generali della Green Economy che si è chiusa alla Fiera di Rimini con numeri record (80 relatori nazionali ed internazionali e quasi 3.000 presenze), il focus si è incentrato sui trend globali dell’innovazione green e tecnologica per decarbonizzare l’economia.

La sessione conclusiva degli Stati Generali della Green Economy, il Convegno promosso dal Consiglio Nazionale della Green Economy, composto da 66 organizzazioni di imprese della green economy in Italia, in collaborazione cin il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare (MATTM) e con il patrocinio del Ministero dello Sviluppo Economico (MiSE) e della Commissione europea, e con il coordinamento della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile (FoSS), che si è svolto alla Fiera di Rimini (6-7 novembre 2018) nell’ambito di ECOMONDO, è stata dedicata all’esame delle tendenze mondiali della green economy (“Il ruolo delle imprese nella transizione alla green economy: i trend mondiali”), dopo che la sessione di apertura si era soffermata sulla situazione italiana.

Ne è emerso, purtroppo, che la priorità ambientale internazionale del clima non sta seguendo una traiettoria positiva. Nel 2017 a livello globale si è verificato un aumento inatteso delle emissioni di carbonio dalla combustione di fossili per fini energetici dell’1,5%; non promette bene neanche il 2018; e agli attuali ritmi diventa sempre più difficile non compromettere l’Accordo di Parigi.

Eppure le cause dei cambiamenti climatici sono evidenti: la biodiversità si riduce; aumentano gli eventi estremi, come abbiamo potuto constatare drammaticamente nei giorni scorsi noi italiani; i migranti climatici nel solo 2016 hanno rappresentato ben il 76% dei 31 milioni di sfollati.

Questo aumento delle emissioni di carbonio dopo tre anni di stabilità o diminuzione – ha sottolineato Edo Ronchi, Presidente della FOSS –lancia un segnale preoccupante, soprattutto rende sempre più stretta la finestra per tener fede all’accordo di Parigi che ha disegnato la traccia dell’impegno necessario per tutto il ventunesimo secolo”. 

Notizie preoccupanti arrivano soprattutto dalla Cina dove, nonostante gli ambiziosi programmi sulle rinnovabili (probabili 200GW di solare per il 2020) si continua a bruciare carbone tanto che nel 2017 le emissioni di carbonio sono aumentate del 3,5% e nel primo trimestre 2018 sono salite del 4% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Eppure, questi trend negativi internazionali potrebbero essere superati se gli obiettivi ambientali marciassero insieme a sviluppo tecnologico e innovazione.

È evidente oggigiorno che il rapporto tra imprese e ambiente sta cambiando – ha dichiarato Davide Crippa, Sottosegretario del Ministero dello sviluppo economico (MiSE), aprendo la sessione plenaria internazionale  Nei loro modelli di business, le imprese stanno sempre più inserendo la tematica ambientale, non a caso in Italia le aziende green rappresentano il 27% del totale, percentuale che sale al 33,8% nell’ambito dell’industria manifatturiera”.

La sessione si è poi sviluppata lungo due panel:
-uno legato ai vantaggi economico-finanziari derivanti dalla transizione verso la green economy;
– l’altro sui vantaggi occupazionali della stessa. 

Le prime grandi opportunità nel finanziamento internazionale si sono create proprio nel campo delle energie rinnovabili: i nuovi flussi di investimento, sia nazionali che internazionali, sono più che quadruplicati dal 2005. Nel 2015, la maggior parte dei fondi sono stati investiti in progetti legati all’eolico (38%) e al solare (56%). Globalmente, gli investimenti su base annua nella generazione di energia da fonti rinnovabili hanno superato gli investimenti nei combustibili fossili, principalmente grazie al rapido calo dei costi delle tecnologie.

Sono emerse, inoltre, nuove opportunità per finanziare progetti legati alla green economy, come ad esempio l’aumento del numero di istituti finanziari che stanno emettendo obbligazioni green. L’UNEP (Programma Ambiente delle Nazioni Unite) ha dato vita nel 2014 a un progetto internazionale denominato Inquiry per sostenere gli sforzi nazionali e internazionali indirizzati a spostare gli ingenti investimenti necessari a promuovere una green economy inclusiva.

Un’altra misura, funzionale in tal senso, è stata l’iniziativa del “Fossil fuels divestment” e cioè un’azione volta a scoraggiare gli investimenti verso un settore (quello dell’energia fossile), a favore di un altro più efficiente ed efficace: quello delle fonti rinnovabili. Al 2017 si parla di 800 soggetti istituzionali e privati che hanno disinvestito dai fossili 6.000 miliardi di dollari.

Il WESO 2018, il Rapporto della ILO (Agenzia Internazionale per il Lavoro delle Nazioni Unite) stima che le azioni volte a contenere il riscaldamento globale entro i +2 °C permetteranno al 2030 di creare milioni di nuovi posti di lavoro, compensando abbondantemente quelli che si perderebbero nei settori dell’estrazione e della raffinazione del petrolio. Chiaramente questi cambiamenti globali implicano differenze settoriali e regionali nel momento in cui la realizzazione di nuovi posti di lavoro in un settore come quello delle rinnovabili comporterà un perdita di occupazione nei fossili. Si stima infatti che la creazione netta di 18 milioni di posti di lavoro prevista al 2030 è il risultato di circa 24 milioni creati e di circa 6 milioni persi.

Anche l’annuale Rapporto “Renewable Energy and Jobs” di IRENA (Agenzia Internazionale delle Energie Rinnovabili testimonia che nel corso del 2017, l’industria delle energie rinnovabili ha creato a livello mondiale oltre 500.000 nuovi posti di lavoro, con un aumento del 5,3% rispetto al 2016, portando il numero totale di persone impiegate nel settore (compreso il grande idroelettrico) a superare per la prima volta i 10 milioni di addetti.

La VII edizione degli Stati Generali della Green Economy si è chiusa con numeri record: circa 80 relatori italiani ed internazionali e quasi 3.000 presenze, con una grande partecipazione anche durante le sessioni tematiche di approfondimento e consultazione che hanno visto la partecipazione di oltre 50 organizzazioni di impresa e consorzi che hanno avanzato proposte per sostenere l´affermazione della green economy in Italia.
La grande partecipazione agli Stati Generali della Green economy 2018 conferma la vitalità della green economy italiana – ha sottolineato Ronchi – Ora ci aspettiamo che la politica sappia interpretare questa forte spinta e contribuisca con scelte normative adeguate, a partire dall’urgente ridefinizione dell´end of waste´”.

 

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