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Uno studio mostra come utilizzare le previsioni stagionali fornite dai centri meteorologici, combinate con modelli empirici dell’impatto degli incendi, per ottenere stime quantitative dell’area bruciata attesa nei mesi successivi a scala globale.

Secondo un portavoce dei VV.F. greci, i roghi che in questi giorni stanno devastando la regione dell’Attica, lambendo la capitale Atene “sono stati alimentati da venti forti e da un’ondata di calore che ha portato le temperature a circa 40 °C”.

Gli incendi boschivi in estate rappresentano una concreta e grave minaccia per abitazioni e infrastrutture, causano danni economici ingenti e, purtroppo, anche perdita di vite umane, per numerose regioni del pianeta, tra le quali l’area mediterranea costituisce un hot-spot. L’Italia lo scorso anno ha registrato grandi incendi cinque volte di più rispetto alla media del periodo 2008-2016, superata solo dal Portogallo.

Seppure la maggior parte degli incendi sia dovuta a cause antropiche, accidentali o volontarie, l’estensione dell’incendio, in particolare dell’area bruciata, dipende in modo significativo dalle condizioni meteo-climatiche e dalle caratteristiche del “combustibile”, in particolare dal grado di umidità e dall’abbondanza del materiale che lo alimenta, ad esempio la legna.

La stima dell’area a rischio di incendi con pochi mesi di anticipo consentirebbe di ridurre gli impatti ambientali e socio-economici attraverso l’adattamento a breve termine e la risposta alla variabilità e ai cambiamenti del clima.

Sulla rivista Nature Communications qualche giorno fa è stato pubblicato lo StudioSkilful forecasting of global fire activity using seasonal climate predictions” condotto da ricercatori dell’Istituto  di Geoscienze e Georisorse del Consiglio Nazionale delle Ricerche (IGG-CNR) di Pisa e dell’Università di Barcellona, che affronta questo problema e mostra come utilizzare le previsioni stagionali fornite dai centri meteorologici, combinante con modelli empirici dell’impatto degli incendi, per ottenere stime quantitative dell’area bruciata attesa nei mesi successivi a scala globale.

Gli studi condotti negli scorsi anni ci hanno permesso di sviluppare una serie di modelli empirici che legano l’area bruciata dagli incendi alle caratteristiche della precipitazione e della temperatura nei mesi e negli anni precedenti l’incendio – ha spiegato Antonello Provenzale, Direttore dell’IGG-CNR – I modelli sono stati validati sui dati disponibili in Europa mediterranea e in molte altre aree del Pianeta, utili per la stima dell’area bruciata attesa a livello globale. Il nostro approccio combina ricerca di base, utilizzo dei grandi database internazionali e risultati direttamente applicabili alla sicurezza delle popolazioni e alla pianificazione delle misure di salvaguardia, utilizzando le previsioni stagionali per migliorare la stima dell’importante impatto esercitato su questi eventi dalla variabilità climatica”.

Il nuovo modello si basa su un indice standardizzato delle precipitazioni che quantifica le condizioni di una assenza o di un eccesso di pioggia per un determinato luogo in un certo intervallo temporale. Lo studio combina modelli empirici che correlano l’area incendiata con i precedenti dati sulle precipitazioni, alle quali informazioni vengono aggiunte le previsioni climatiche stagionali.

Queste previsioni stagionali non indicano il giorno preciso di una temperatura più elevata in un determinato intervallo di tempo o di una quantità di precipitazioni significativa, ma possono anticipare anomalie climatologiche – ha sottolineato Marco Turco, Ricercatore del GAMA (Gruppo di analisi delle situazioni meteorologiche avverse) dell’Università di Barcellona e principale autore dello Studio – La combinazione delle osservazioni con le previsioni climatiche è una caratteristica speciale del nostro sistema che contribuisce ad aumentare la prevedibilità degli incendi, beneficiando il più possibile delle informazioni. Per prima cosa sviluppiamo un modello empirico per quantificare l’area bruciata a seconda che l’estate, ad esempio, sia probabilmente secca o umida, e quindi, usiamo le previsioni stagionali per determinare il rischio di siccità previsto, aggiungendo tali informazioni al nostro modello. Confrontando le stime fornite dei modelli di incendio così forzati, si è visto che per ampie regioni del pianeta si riesce a migliorare significativamente la predicibilità dell’area bruciata a scala stagionale”.

I ricercatori osservano che gli studi che valutano la capacità delle previsioni climatiche stagionali di prevedere gli incendi sono ancora pochi e limitati a una sola stagione o regione, ma il modello messo a punto permette di fare previsioni su scala globale e per tutte le stagioni dell’anno. Tuttavia, lo sviluppo di un tale prototipo è ancora una sfida a causa della mancanza di dati di qualità in aree che sono meno storicamente monitorate, come l’Africa e il Sud America.

In copertina: Una casa è minacciata dall’incendio del 23 luglio 2018 a Kineta, località balneare a 50 km da Atene. (Fonte: AFP/Valerie Gache)

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