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La VI edizione del Green Book, la monografia del settore italiano dei rifiuti urbani curata annualmente dalla Fondazione Utilitatis, in collaborazione con Cassa Depositi e Prestiti (CDP), che offre una panoramica sugli aspetti organizzativi ed economici della gestione del ciclo rifiuti e approfondimenti sulle principali grandezze finanziarie, mostra un Paese spaccato in due nella gestione dei rifiuti urbani.

L’Italia nella raccolta differenziata dei rifiuti è un Paese spaccato in due:
– il Nord ha una media del 64% con quasi tutte le province che superano il 50%:
– mentre il Sud non raggiunge il 38%.
Un forte squilibrio tra Nord e Sud sussiste anche per gli impianti che trattano i rifiuti, rispetto ai target europei.
Da una mappatura degli operatori, emerge una larga prevalenza di aziende a partecipazione pubblica al Centro-nord e una presenza residuale al Sud.
Nel Mezzogiorno si ricorre in modo preponderante al trattamento in discarica (62%), mentre al Nord il 69% dei rifiuti è avviato a trattamento negli impianti di recupero energetico.

Sono questi alcuni dei dati contenuti nella VII edizione del Green Book, la monografia del settore italiano dei rifiuti urbani curata annualmente dalla Fondazione Utilitatis, in collaborazione con Cassa Depositi e Prestiti (CDP), e presentata il 3 maggio 2018, che offre una panoramica sugli aspetti organizzativi ed economici della gestione del ciclo rifiuti e approfondimenti sulle principali grandezze finanziarie, che permettono di comprenderne la dimensione, le caratteristiche e le tendenze evolutive.

Non si può non mettere in evidenza l’eterogeneità che caratterizza la situazione nazionale – ha rilevato Filippo Brandolini, il Vicepresidente di Utilitalia, la Federazione che riunisce le Aziende operanti nei servizi pubblici dell’Acqua, dell’Ambiente, dell’Energia Elettrica e del Gas Significative differenze anche sul livello qualitativo e sui costi del servizio, con il paradosso che si registrano costi maggiori là dove la qualità e l’efficacia del servizio sono inferiori. Dipende dal livello di industrializzazione e dalla presenza o meno di aziende strutturate. Il via libero del Parlamento Europeo al pacchetto di misure sull’economia circolare, comporterà un’evoluzione nell’organizzazione delle imprese e dei servizi, ma c’è anche molta attesa dall’avvio concreto dalla regolazione sui rifiuti da parte dell’ARERA, l’Autorità di regolazione energia, reti e ambiente.

Con le misure ambientali inserite nella Legge di Bilancio 2018 all’Autorità per l’energia elettrica, il gas e il sistema idrico (AEEGSI) sono stati affidati anche compiti di regolazione e controllo in materia di gestione dei rifiuti, trasformandosi in Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente (ARERA), al “fine di migliorare il sistema di regolazione del ciclo dei rifiuti, anche differenziati, urbani e assimilati, per garantire accessibilità, fruibilità e diffusione omogenee sull’intero territorio nazionale nonché adeguati livelli di qualità in condizioni di efficienza ed economicità della gestione, armonizzando gli obiettivi economico-finanziari con quelli generali di carattere sociale, ambientale e di impiego appropriato delle risorse, nonché di garantire l’adeguamento infrastrutturale agli obiettivi imposti dalla normativa europea, superando così le procedure di infrazione già avviate con conseguenti benefici economici a favore degli enti locali interessati da dette procedure”.

Il Green Book scatta la fotografia del settore rifiuti proprio all’avvio della regolazione di ARERA – ha rilevato il Direttore della Fondazione Utilitatis, Valeria GarottaI dati cristallizzano il mancato compimento del disegno normativo, secondo cui il ciclo integrato dei rifiuti deve essere organizzato per ambiti territoriali di dimensioni adeguate: dal permanere dell’inoperatività di alcuni enti di governo d’ambito, all’elevata frammentazione gestionale; dagli squilibri territoriali nell’assetto impiantistico, all’elevato numero di gare bandite per singoli comuni e di breve durata”.

 

Alcuni numeri del Green Book 2018

Produzione e raccolta differenziata. La produzione dei rifiuti prodotti in Italia ha ripreso a crescere nel 2016, dopo alcuni anni di stabilizzazione: l’incremento è stato del 2% rispetto all’anno precedente, soprattutto per via della ripresa economica.
La raccolta differenziata ha raggiunto il 52,5% nel 2016, anche se con molte differenze tra aree del Paese: il nord arriva al 64%, il centro al 48,6% e il sud al 37,6%.
Per quanto riguarda la riforma dell’assetto organizzativo del servizio di igiene urbana, sono oggi presenti 57 Ambiti Territoriali Ottimali (ATO), con una riduzione del 55% rispetto ai 129 ATO del 2007; prevalgono gli Ambiti regionali anche se ci sono ATO con dimensione che varia dalla scala regionale a quella sub-provinciale.
Spesa per famiglia e grandi città. Dall’analisi sulle tariffe per il 2017, su una popolazione complessiva di oltre 18 milioni di abitanti nei comuni capoluogo, una famiglia tipo (3 persone che vivono in 100 metri quadri) nel 2017 ha speso mediamente 227 euro in un comune sotto i 50.000 abitanti e 334 euro in un comune con popolazione superiore a 200.000 abitanti.
In media sempre nel 2017 al Nord la spesa è stata di 271 euro, di 353 al Centro e 363 al Sud.Il paradosso è nella disomogeneità del servizio nelle diverse aree del Paese (dalla raccolta differenziata alla presenza di impianti fino all’intera filiera dei ciclo): i costi sono più alti proprio dove la qualità è peggiore. Nel 2017 si registra un valore medio del costo per abitante di 232 euro, con punte minime di 155 e massime di 366. 

Impianti. Dalla mappatura degli operatori, sia per il servizio di raccolta che per la gestione degli impianti, emerge una situazione molto frammentata, con una larga prevalenza di aziende a partecipazione pubblica al Centro-nord e una presenza residuale al Sud (dove il 33% degli abitanti è servito da aziende pubbliche o miste).
Quanto agli impianti e alla loro localizzazione, quelli di trattamento integrato aerobico e anaerobico sono concentrati al Nord dove viene gestito il 98% della frazione organica da raccolta differenziata; gli impianti di compostaggio della stessa tipologia di rifiuti sono invece in prevalenza al Sud (il 49% trattata in impianti a partecipazione pubblica e il 51% privati). Gli impianti di trattamento meccanico biologico (Tmb) sono più diffusi al Sud (con il 49% del trattamento).
Per lo smaltimento in discarica il Sud supera il resto del Paese: con il 62% del rifiuto urbano residuo a livello nazionale smaltito in questo modo. La situazione si capovolge sugli impianti di recupero energetico: concentrati soprattutto al Nord dove viene trattato il 69%, il 12% al Centro e il 19% al Sud.

Dati economici
Nel 2016, dall’analisi dei 575 gestori individuati, il settore dell’igiene urbana ha registrato oltre 12 miliardi di fatturato, occupando 90.433 addetti. Il 75% delle aziende è rappresentato da monoutility legate al settore ambiente, il restante 25% da aziende multiutility.
li operatori di piccole dimensioni (con fatturato inferiore ai 10 milioni di euro) rappresentano il 55% del totale anche se contribuiscono a solo il 10% del fatturato nazionale. Il 37% del fatturato di settore è generato dal 3% di operatori con un volume d’affari superiore ai 100 milioni di euro. Gli operatori della categoria “Raccolta e Ciclo Integrato”, che gestiscono tutto il processo dalla produzione alla fine del rifiuto, rappresentano il 73% del totale, registrano il 73 % del fatturato e occupano l’89% degli addetti; la categoria “Gestione Impianti” che comprende il restante 27% degli operatori, genera il 27% del fatturato complessivo ed impiega l’11% della forza lavoro. Dal punto di vista dell’assetto proprietario il 34% delle aziende ha natura completamente privata e il 66% risulta partecipato dal pubblico.

Investimenti. La stima del fabbisogno nazionale di investimenti in raccolta differenziata e nuovi impianti – in base a un’analisi su un panel di gestori a partecipazione pubblica – viene valutata in circa 4 miliardi di euro. Gli investimenti complessivamente realizzati dai gestori del campione nell’arco temporale 2012-2017 ammontano a 1,4 miliardi di euro, pari a 82,5 euro per abitante in sei anni (14 euro a testa all’anno). Il 46% degli investimenti è destinato alla raccolta e allo spazzamento, mentre il 54% agli impianti di selezione, avvio a recupero e smaltimento. Nel 2017 il trend degli investimenti in raccolta sono aumentati del 73% rispetto al 2012. Sul versante degli impianti, c’è stato un netto calo degli investimenti in impianti di incenerimento (meno 55% rispetto al 2012); in controtendenza rispetto al recupero energetico risultano gli investimenti in discarica che nel 2017 crescono rispetto al 2012 di oltre il 200%.
Gli investimenti in impianti di selezione e valorizzazione delle frazioni differenziate passano da 9 milioni di euro nel 2012 a circa 18 milioni di euro nel 2017.
Infine, mentre gli investimenti in compostaggio e Tmb hanno un andamento crescente, quelli in digestione anaerobica sono fermi fino al 2016, per l’incertezza sul meccanismo di incentivazione. Rispetto agli investimenti realizzati sulla fase impiantistica, solo il 39% ha riguardato la realizzazione di nuovi impianti; mentre la voce più importante è sugli interventi di manutenzione straordinaria e revamping (46%), seguita dall’ampliamento di impianti esistenti (15%).
Dai Piani di investimento dei gestori – parte dell’analisi – emerge un incremento complessivo di circa il 60% del volume di investimenti pianificati tra il 2018 e il 2021, rispetto a quelli realizzati nei quattro anni precedenti.

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