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Obiettivo dell’indagine di Legambiente che da oltre 10 anni raccoglie ed elabora i dati sull’esposizione al rischio idrogeologico del nostro Paese, è quello di scattare una fotografia, attraverso gli occhi delle amministrazioni comunali, che evidenzi la reale situazione del territorio italiano per quanto riguarda il rischio idraulico e da frana e, allo stesso tempo, entri nel dettaglio delle attività di riduzione del rischio idrogeologico svolte da parte dei diversi soggetti.
di Nicoletta Canapa

Legambiente ha presentato “Ecosistema rischio 2017”, il rapporto sulla pericolosità idrogeologica attuale del nostro Paese, strutturato sull’indagine condotta sulle 1.462 fornite dagli amministratori al questionario che l’Associazione ha inviato a 7.145 comuni classificati ad elevata pericolosità idrogeologica, secondo l’ultima classificazione (2015) dell’Istituto Superiore per la per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA).

Dallo Studio emerge un’Italia tanto insicura quanto incurante dell’eccessivo consumo di suolo, nonché poco attenta alla prevenzione. Il problema del dissesto idrogeologico, amplificato dal mutevole cambiamento climatico in atto, interessa il 70% dei comuni italiani che quindi si ritroverebbero in aree a rischio. Nel 27% dei casi si tratta di interi quartieri, mentre nel 50% il fenomeno coinvolge le zone industriali; ciò che è allarmante, tuttavia, è che nel 15% dei casi l’area ricade su edifici scolastici ed ospedalieri. Si tende a pensare che la cementificazione massiccia sia opera solo del passato, ma in realtà il 9% dei comuni ha edificato in aree a rischio negli ultimi dieci anni, e di questa percentuale 110 immobili sono sorti sopra aree vincolate dal vincolo PAI (Piani di assetto idrogeologico). Interessati dalla cementificazione sono anche i letti dei fiumi: quantunque 1.025 amministrazioni su 1.462 eseguono regolarmente attività di manutenzione ordinaria delle sponde dei corsi d’acqua, nel 9% dei comuni interessati dall’indagine di Legambiente tratti dei corsi d’acqua del proprio territorio sono stati “tombati”. Ne consegue un’urbanizzazione dell’area sovrastante, pur considerando il 6% di comuni che hanno eseguito delocalizzazioni, fra abitazioni private e complessi industriali.
I dati dell’indagine Ecosistema Rischio – ha spiegato Stefano Ciafani, Direttore generale di Legambiente – evidenziano la forte discrepanza che ancora esiste fra le evidenze, la conoscenza, i danni, le tragiche conseguenze del rischio idrogeologico nel nostro Paese e la mancanza di un’azione diffusa, concreta ed efficace di prevenzione del territorio nazionale. […] Un’efficace azione di prevenzione passa inevitabilmente attraverso la diffusione di una cultura della convivenza con il rischio, attraverso piani comunali di emergenza di Protezione Civile adeguati ed aggiornati e attività di formazione e informazione per la popolazione sui comportamenti da adottare nel caso di allerta, frane e alluvioni”.

Ad oggi le priorità presentate nel Report sono cinque.
1) Adattamento al clima: risulta utopico redigere piani di prevenzione idrogeologica, nonché di urbanizzazione, senza tenere conto del continuo volgere del clima, che quindi deve essere tenuto in forte considerazione, soprattutto negli interventi di riduzione del rischio idrogeologico.
2) Aree urbane: intervenire sulle aree ad alta concentrazione demografica significa ridurre il numero di persone quotidianamente esposte al rischio di frane o alluvioni, sempre tenendo conto del fattore climatico.
3) Delocalizzazione delle zone a rischio: è necessario avviare una politica di delocalizzazione di zone a rischio (come previsto dalla Legge di Stabilità del 2014, comma 118 oppure dal Decreto Sblocca Italia Art.7).
4) Misure di vincolo: è necessario rafforzare le misure di vincolo delle potenziali aree a rischio, così da impedirne l’insediamento di nuovi elementi.
5) Sensibilizzazione e cultura: è fondamentale diffondere la cultura della cosiddetta “convivenza con il rischio”, ovvero della redazione di piani di emergenza adeguati, fornendo attività di informazione e formazione per la popolazione che deve essere aggiornata mediante campagne educative per l’apprendimento dei comportamenti da adottare in caso di frane e alluvioni, ma anche sull’eventuale stato di allerta che potrebbe insistere nel proprio territorio.

A fare le spese di un’Italia idrogeologicamente insicura sono i cittadini: sono oltre 7,5 milioni gli italiani esposti quotidianamente al pericolo, ovvero che vivono o lavorano in stabili insicuri dal punto di vista idrogeologico. Il salato conto presentato dalla natura parla di 7,6 miliardi di euro solo per danni economici causati dal maltempo nel periodo maggio 2013 – dicembre 2016 (dati: missione Italiasicura); per essi lo Stato ha stanziato meno del 10% (738 milioni di euro).
È lo stesso Direttore Ciafani, tuttavia, a mettere in guardia dalla realizzazione di facili piani, buoni sulla carta ma non nella realtà: “In questi anni si sono succeduti piani e programmi, spesso composti da interventi puntuali e slegati al contesto territoriale, che hanno prodotto solo una lunga lista della spesa volta ad una fantomatica ‘messa in sicurezza del Paese’, che di fatto non ha prodotto alcun risultato duraturo ed efficace. Al contrario occorre approfondire la conoscenza del territorio e delle sue dinamiche introducendo l’elemento del rischio in tutte le politiche di gestione e di pianificazione territoriale”.
Legambiente, infatti, ricorda che sebbene negli ultimi anni siano stati rintracciati positivi segnali legati a specifici atti normativi, gli interventi di delocalizzazione (quindi di collocazione da area a rischio a area sicura) di fatto stentano a prendere piede. Riprova di ciò sono i 10 milioni di euro stanziati dal Ministero dell’Ambiente a fine 2016, da cui nessuno finora ha attinto, dato che sono pervenute soltanto 17 richieste di smantellamento di edifici abusivi per la famosa “delocalizzazione”, decisamente non sufficienti per avviare l’iter finanziario.

Il 65% delle amministrazioni, tuttavia, ha dichiarato che sono state realizzate opere di mitigazione del rischio nel proprio territorio, e fa ben sperare il dato che ad essersi dotato di un piano di emergenza comunale di Protezione Civile da attuare in caso di frana o alluvione sia l’82% dei comuni interessati dall’indagine (di cui nel 55% dei casi il Piano risulta essere aggiornato da meno di due anni). Il 68% delle amministrazioni si affida al sistema di allertamento regionale: importante passaggio per informare correttamente e tempestivamente la cittadinanza delle probabili situazioni di allerta e pericolo. Riguardo alla reale informazione messa in atto dagli enti locali nei riguardi dei propri cittadini, però, siamo ancora indietro: solo il 33% dei comuni intervistati dichiara di aver messo in atto attività di prevenzione rivolte direttamente ai cittadini, mentre appena 432 comuni (29%) ha eseguito delle prove pratiche per testare l’efficienza del sistema locale di protezione civile.
Il Rapporto si conclude con le schede regionali dei risultati dell’indagine.

Se è vero che informarsi è sempre un bene, è pur vero che la prevenzione e la corretta formazione passano sempre e comunque dalle istituzioni che costituiscono i principali promotori per un’eventuale gestione della calamità in fase emergenziale.

 

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