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Utilizzando migliaia di immagini satellitari della piattaforma Global Forest Watch per un periodo di 15 anni, ricercatori del WRI, del Sustainability Consortium e dell’Università del Maryland hanno quantificato i driver predominanti della deforestazione a livello globale.

Che la deforestazione a livello globale stia proseguendo a ritmi allarmanti, con conseguenti effetti sulla perdita di biodiversità, sui cambiamenti climatici, sulle risorse idriche e sui mezzi di sussistenza delle popolazioni indigene, è un fatto inconfutabile e ben conosciuto.

Ma la quantificazione a livello globale dei motivi di questa perdita, dei luoghi dove il fenomeno è più diffuso e il periodo temporale in cui si verifica, non era stato finora analizzato. Per colmare queste lacune nel 2014 il World Resource Institute aveva lanciato la piattaforma “Global Forest Watch” (GFW) che, utilizzando i dati satellitari di Google Earth, di altre fonti ufficiali e anche informazioni inserite dagli utenti (crowdsourcing), permette di avere in tempo quasi reale la situazione delle foreste in ogni angolo del globo.

Sulla base di questa piattaforma, esaminando migliaia e migliaia di immagini satellitari in Google Earth nel periodo 2001-2015, un team di ricercatori del World Resource Institute (WRI), del Sustainability Consortium e dell’Università del Maryland, partner del GFW, ha creato un modello predittivo computerizzato per determinare i driver predominanti della deforestazione in una data area quadrata di 10 chilometri.

I risultati dello Studio, pubblicati sul numero di Science del 14 settembre 2018, con il titolo “Classifying drivers of global forest loss”, confermano che nonostante gli annunciati impegni dei Governi, nel periodo di riferimento il tasso di deforestazione globale è rimasto inalterato.

Ma, soprattutto, sono state individuate le 5 cause principali che nel periodo di riferimento hanno aggravato il fenomeno a livello globale.

Il reperimento delle materie prime è stato driver principale della deforestazione con un’incidenza del 27%. La conversione dei terreni per far posto alle attività agricole, all’estrazione mineraria e alla produzione di petrolio e gas, oppure per motivi commerciali, è stato responsabile della perdita di 5 milioni di ettari l’anno di superficie forestale. In pratica, dal 2001 al 2015 si è perduta per tali cause una superficie forestale pari a quella dell’India. Sono soprattutto le foreste tropicali dell’America Latina e del Sud-est Asiatico ad essere più compite da questo fenomeno.

Dal punto di vista ecologico, la conversione su larga scala di terreni per la coltivazione di olio di palma e le materie prime legate alla produzione di gomma sono quelle definite più “invasive, permanenti e distruttive”.
Centinaia di aziende si sono impegnate pubblicamente a produrre e rifornirsi in modo sostenibile di prodotti globali come olio di palma, soia, carne bovina e oro – ha affermato Nancy Harris, co-autrice dello Studio – Per la prima volta, possiamo quantificare la deforestazione dovuta alla produzione di materie prime e valutare l’impatto collettivo di tali impegni. Dai nostri risultati si evidenzia che c’è ancora molto lavoro da fare”.

Subito dopo il reperimento delle materie prime, è la silvicoltura che ha inciso per il 26% sulla perdita globale di copertura arborea, concentrata nelle foreste naturali e nelle piantagioni di alberi del Nord America, Europa, Russia, Cina, Brasile meridionale, Cile, Sudafrica e Australia. Nella maggior parte dei casi, questa perdita è un fenomeno temporaneo legato alla raccolta e alla ricrescita programmata degli alberi per la fornitura di prodotti in legno. La certificazione è risultata come l’unico meccanismo capace di garantire che e i cicli di raccolta e di rigenerazione degli alberi siano ben gestiti, traducendosi in una fornitura sostenibile a lungo termine di prodotti in legno, oltre agli altri benefici sociali e ambientali. Tuttavia, lo studio ha rilevato che tale pratica viene svolta nell’emisfero settentrionale, perché i costi di monitoraggio e di controllo costituiscono una barriera per la diffusione della certificazione nelle aree tropicali.

Segue poi lo shifting cultivation (24%), tecnica di agricoltura familiare di sussistenza che viene praticata dalle comunità locali delle regioni tropicali, con turni in cui la terra viene ripulita e bruciata per la coltivazione e successivamente lasciata incolta per consentire alle foreste di rigenerarsi. L’impatto di queste pratiche varia da regione a regione, quindi non è facile determinare il livello di permanenza associato alla deforestazione in questi paesaggi. In particolare, nel continente africano la rapida crescita della popolazione intensifica la pressione sui terreni, determinando periodi di riposo più brevi, minori opportunità di rigenerazione delle foreste e un degrado forestale a lungo termine.

Ci sono poi gli incendi boschivi che hanno inciso per il 23% della perdita globale di coperture arboree, concentrati soprattutto nelle foreste settentrionali del Canada e della Russia. Alcuni incendi iniziano naturalmente, ma molti sono causati dall’uomo, sia direttamente attraverso l’accensione intenzionale o accidentale o indirettamente attraverso i cambiamenti climatici che provocano ondate di calore e siccità prolungate.

Anche in Europa il fenomeno degli incendi boschivi non può essere sottovalutato come ha denunciato il recente Rapporto del Centro Comune di Ricerca (JRC) della Commissione UE che ha quantificato per il 2017 in oltre 1,2 milioni di ettari la distruzione delle foreste in Europa, vale a dire più della superficie totale di Cipro.

Le foreste colpite da incendi boschivi di solito si rigenerano gradualmente nel tempo, ma incendi violenti ed estesi possono determinare effetti duraturi sull’habitat naturale, sullo stoccaggio del carbonio e sul paesaggio.

Infine, c’è l’urbanizzazione che ha un’incidenza minima (0,6%) rispetto agli altri 4 fattori determinanti della deforestazione.
Ci sono idee sbagliate del pubblico che l’urbanizzazione sia un importante driver diretto dei tassi complessivi di deforestazione perché è un cambiamento nel paesaggio a cui le popolazioni sono, per definizione, altamente esposte – ha aggiunto la Harris – I nostri risultati dimostrano che l’urbanizzazione è un driver molto minore della perdita di copertura degli alberi a livello globale, il che potrebbe risultare sorprendente per qualcuno”.

Tuttavia, la riduzione della copertura arborea in città e nelle aree periferiche, impatta sulla qualità della vita per milioni di abitanti, con correlati effetti economici dovuti alle spese sanitarie, e sulla regolazione del deflusso delle acque piovane e sulle inondazioni urbane.

                                                                                                                                                               Fonte: Curtis et al (2018), Science

Secondo gli autori dello Studio, le aree più esposte alla deforestazione dovrebbero costituire dei case history per intervenire e sviluppare nuove politiche di gestione forestale.
La nostra analisi rende visivamente quello che già sapevamo ovvero che le cause della perdita di copertura arborea variano in modo significativo in tutto il mondo – hanno sottolineato gli autori in una nota congiunta Link: www.wri.org/blog/2018/09/when-tree-falls-it-deforestation) – Queste nuove informazioni consentiranno alle aziende, ai governi e ai cittadini interessati di riconoscere dove concentrare gli sforzi per ottenere catene di approvvigionamento che non provochino la deforestazione, identificando e intervenendo anche su altre cause che dovessero evidenziarsi come fattori in grado di determinare un aumento indesiderato di deforestazione”.

La mappa dei risultati possono essere visualizzati su Global Fotrest Watch.

In copertina: Foto di Rhett Butler (Mongabay.com)

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