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La Corte di Giustizia europea ha condannato il nostro Paese ad una multa salata, seppur dimezzata con la sentenza di appello, per non essere riuscito dopo quasi 20 anni a dotare 74 agglomerati urbani sopra i 15.000 abitanti di impianti di raccolta e trattamento delle acque reflue.

La Corte di Giustizia dell’UE ha emesso il 31 maggio 2018 una sentenza di condanna dell’Italia ad una somma forfettaria di 25 milioni di euro, nonché ad una penalità di 30 milioni di euro per ogni 6 mesi di ritardo nell’attuazione delle norme europee sulla realizzazione delle reti fognarie e degli impianti di depurazione delle acque reflue urbane (Direttiva 91/271/CEE).

La questione si riferisce all’incapacità del nostro Paese ad ottemperare alle prescrizioni della Direttiva 1991/271/CEE  concernente il trattamento delle acque reflue urbane che prevedeva l’introduzione entro il 2000 di un trattamento secondario per tutte le acque reflue provenienti da agglomerati con un numero di abitanti superiore a 15.000, stante il rischio per la salute dell’uomo e di inquinamento di laghi, fiumi, suolo, acque costiere e freatiche, rappresentato dalle acque non trattate.
Si è trattato di una sentenza in appello, dopo la decisione della Corte del luglio 2012 che aveva condannato il nostro Paese ad una multa di 62 milioni di euro, più 61 milioni a semestre di ritardo, per aver omesso di assumere le misure necessarie a garantire che 109 agglomerati urbani italiani fossero provvisti di reti fognarie e di sistemi di trattamento delle acque reflue.

Dal momento che l’Italia non era riuscita a conformarsi alla sentenza del 2012 entro il termine fissato dell’11 febbraio 2016, la Commissione UE, dopo aver verificato che dopo 6 anni erano ancora 80 le città prive di depuratori, nel dicembre 2016 decideva l’ulteriore deferimento, alla Corte di giustizia europea.

Nella sua sentenza del 31 maggio la Corte ha constatato “che la Repubblica italiana ha dato corso a sforzi di investimento rilevanti al fine di eseguire la sentenza del 19 luglio 2012, tuttavia occorre considerare come aggravante la circostanza che l’esecuzione integrale della sentenza del 19 luglio 2012 avverrà, secondo le indicazioni contenute nel controricorso della Repubblica italiana, soltanto nel corso dell’anno 2023, il che equivale ad un ritardo di 23 anni, dato che, in alcuni agglomerati oggetto del presente ricorso, la messa in conformità dei sistemi di raccolta e di trattamento secondario delle acque reflue urbane con le disposizioni della direttiva 91/271 avrebbe dovuto essere realizzata al più tardi entro il 31 dicembre 2000”.

Avendo rilevato che il numero di agglomerati per i quali l’Italia non ha fornito ancora la prova dell’esistenza di sistemi di raccolta e di trattamento delle acque reflue urbane conformi alla Direttiva è di 74 (la maggior parte nel Sud Italia: 48 in Sicilia, 13 in Calabria, 6 in Campania e 3 in Puglia), sebbene tale numero sia stato ridotto, la Corte ha considerato appropriato condannare l’Italia a pagare, a favore del bilancio dell’Unione, una penalità di 30.112.500 euro per ciascun semestre di ritardo nell’attuazione delle misure necessarie per conformarsi alla sentenza del 2012, penalità che sarà dovuta a partire da oggi sino all’esecuzione integrale della sentenza del 2012.

Inoltre, tenuto conto della situazione concreta e delle violazioni in precedenza commesse dall’Italia in materia di raccolta e di trattamento delle acque reflue urbane, la Corte reputa adeguata la condanna dell’Italia a pagare, a favore del bilancio dell’Unione, una somma forfettaria di 25 milioni euro al fine di prevenire il futuro ripetersi di analoghe infrazioni al diritto dell’Unione.

Altre multe, sempre riguardanti la mancata ottemperanza dell’Italia alla Direttiva acque, potrebbero presto aggiungersi, dal momento che, secondo quanto contenuto nel “parere motivato” adottato nei confronti dell’Italia dalla Commissione UE lo scorso anno, erano ancora 758 gli agglomerati tra i 2.000 e i 15.000 abitanti in 18 diverse regioni o province autonome che non avevano ancora impianti conformi, per i quali c’era la scadenza del 2005.

È fondamentale che la gestione delle acque reflue e l’adeguamento del nostro sistema depurativo, insieme a progetti di qualità e innovativi, diventi una delle priorità dell’agenda politica – ha commentato il Direttore generale di Legambiente, Giorgio ZampettiNon sono più ammessi ritardi e multe a carico della collettività“.

 

 

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