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Il 1° “Water Management Report” di Energy & Strategy Group sottolinea che con una corretta gestione della risorsa acqua e dei consumi energetici associati, i risparmi sarebbero notevoli, ma bisognerebbe che i costi di approvvigionamento siano più alti, in modo da legare gli investimenti infrastrutturali necessari alle migliori remunerazioni.

Nel corso del Convegno “Water Management Report: le applicazioni ed il potenziale di mercato in Italia”, tenutosi a Milano il 24 gennaio 2018, Energy & Strategy Group della School of Management del POLIMI ha presentato il Water Management Report”

Negli ultimi anni sta diventando sempre più pressante il tema di una corretta ed efficiente gestione della risorsa idrica, che viene giustamente considerata un bene prezioso e “scarso”, anche a causa dell’aumento della popolazione globale, della forte crescita economico-industriale di molti Paesi un tempo considerati in via di sviluppo e dei cambiamenti climatici in atto.

Nell’ultimo “Global Risks Report” del World Economic Forum, ampiamente riconosciuto come una delle principali pubblicazioni sui rischi globali a medio-lungo termine più significative, la penuria d’acqua è inserita al 5° posto tra rischi che avrebbero maggiore-probabilità di verificarsi entro i prossimi 10 anni e che darebbero luogo ai maggiori impatti.

In particolare – si legge nell’introduzione del Report – si inizia a percepire come scarsa “l’acqua dolce” (costituita da acque sotterranee e superficiali ) che rappresenta solamente il 3% dell’acqua disponibile. Con il previsto aumento dei prelivi (da circa 6.000 Km3 nel 2017 a quasi 12.700 Km3 nel 2100) diventa urgente studiare politiche di utilizzo più efficiente di tale risorsa in tutti gli ambiti di utilizzo. Agricolo, civile e industriale”.

Il Report, partendo da  una panoramica generale sull’ammontare dei prelievi e dei consumi di acqua e sui principali utilizzi per settore, a livello globale, focalizza l’attenzione sull’analisi dei prelievi, dei consumi e degli sprechi di acqua nel contesto italiano evidenziando in particolar modo i settori civile e industriale che prelevano la metà dell’acqua (circa 17 miliardi di m3 all’anno), mentre l’altra metà viene usata in agricoltura che viene esclusa dall’analisi in questa occasione, perché il comparto utilizza solo marginalmente la rete idrica, prelevando per lo più direttamente l’acqua localmente e consuma energia in un contesto molto frammentato.

Il tema della gestione dell’acqua coinvolge una molteplicità di soggetti (Autorità di Regolazione per Energia e Reti e Ambiente – ARERA, Gestori di rete, Imprese ecc.) che, a vario titolo, devono dare il loro contributo per ridurre gli sprechi e implementare tecniche per il risparmio di acqua e di energia a essa associata.

In Italia l’efficientamento della rete idrica è ancora un “work in progress”: a fine 2015 l’acqua erogata nelle reti di distribuzione nel nostro Paese è stata pari a circa 4,8 miliardi di metri cubi, con una dispersione media del 40,66% (contro il 37,19% del 2012) e punte di oltre il 50% nel Centro e Sud Italia. Una corretta gestione della risorsa idrica e dei consumi energetici associati diventa fondamentale: nell’attività di distribuzione, per esempio, il potenziale teorico di risparmio energetico annuo si traduce in circa 370 milioni di euro, quello idrico in 2,7 miliardi di m3 acqua.

Migliorare l’efficienza della rete idrica italiana promette importanti vantaggi ma occorre migliorare il coinvolgimento e la collaborazione tra gli stakeholder – ha sottolineato Vittorio Chiesa, Direttore di Energy & Strategy Group – Nel caso della rete civile, per esempio, l’Autorità i soggetti gestori degli Ambiti territoriali ottimali (Ato), i manutentori della rete idrica civile, i grossisti e i fornitori di tecnologie devono camminare insieme verso l’obiettivo di ridurre le perdite lungo tutta la rete sfruttando le opportunità connesse al nuovo sistema tariffario e utilizzando al meglio tutte le tecnologie. È proprio nel nuovo sistema tariffario che gli investimenti nel settore idrico (a fine 2015 circa 11,85 miliardi di euro di risorse pubbliche) devono trovare la principale fonte di finanziamento, “ma la normativa dovrebbe avviare un circolo virtuoso che leghi maggiori investimenti a migliori remunerazioni”.

Il Report descrive lo stato attuale dell’infrastruttura idrica in Italia, quantificando i livelli di acqua prelevata, potabilizzata, immessa ed erogata nella rete idrica e identificando le principali cause di dispersione di acqua lungo la rete stessa.

È evidente che ci sono enormi spazi per interventi di efficientamento – vi si afferma – Nella rete civile il Report stima un potenziale risparmio idrico teorico di 2,7 miliardi di metri cubi all’anno a cui si associa quello energetico di oltre 2 TWh, traducibili, questi ultimi, in circa 370 milioni di euro non spesi. Interventi orientati al lungo periodo di risanamento e sostituzione delle tubature per ridurre il livello delle perdite permetterebbero di raggiungere un potenziale di risparmio idrico di circa 1,2 miliardi di metri cubi, che significa un potenziale “raggiungibile” di risparmio energetico associato di poco inferiore a 1 TWh (circa 160 milioni di euro), cioè il 50% in meno rispetto alla stima teorica. Perché tali obiettivi siano realizzati è tuttavia necessaria l’azione congiunta dei soggetti gestori, che devono promuovere i nuovi sistemi di incentivazione e provare a ragionare in un’ottica pluriennale con interventi di lungo periodo, e dei policymakers, che devono favorire gli investimenti e combattere gli allacciamenti abusivi”.

Nel settore civile è stato analizzato il quadro normativo che regola l’utilizzo dell’acqua e le principali novità introdotte dalle leggi vigenti in materia di risorse idriche in Italia, come il Servizio idrico integrato (Sii), gli Ato, la disciplina della gestione e il sistema tariffario del Sii.

Ad oggi si contano sul territorio nazionale 92 Ato, ciascuno regolato da un Ente d’Ambito e amministrato da un soggetto gestore. I primi 26 soggetti gestori, che servono ognuno una popolazione superiore ai 400.000 abitanti, arrivano a coprire quasi il 70% degli italiani (oltre il 50% è servito dai primi dieci). Il settore idrico italiano è regolato e gli investimenti sembrano essere remunerati a sufficienza. Tuttavia occorre migliorare il trade-off tra la remunerazione degli investimenti e il sistema tariffario: per aumentare la convenienza, la normativa dovrebbe esplicitare agli operatori “come” investire, ossia quali materiali, quali tecnologie e quali tecniche utilizzare, in modo da avviare un circolo virtuoso che leghi maggiori investimenti a migliori remunerazioni.

Per quanto riguarda il settore industriale, il Report ha analizzato il consumo di acqua andando a evidenziare le principali tipologie del suo utilizzo e le possibili fonti di approvvigionamento, Nel 2015 il settore ha consumato circa 6,9 miliardi di m3 di acqua: 5,5 miliardi nel manifatturiero e 1,4 miliardi nella produzione di energia.

Il Report, inoltre, ha approfondito i 5 settori più intensivi, sia per il consumo di acqua che per il rapporto consumo di acqua su produzione venduta e per ognuno di questi settori è stato studiato specificamente un sub-settore: la produzione del PET nel chimico, la siderurgia elettrica nel siderurgico, la produzione di ceramica nella lavorazione di minerali non metalliferi, la produzione di carta e cartone nel settore della carta e quella di lana nel tessile, indicando le tecniche per il risparmio di acqua utilizzate e valutando i risparmi idrico-energetici associati

Per ogni sub-settore si è definita un’impresa “di riferimento” e per ciascuna delle tecniche implementabili si è svolta un’analisi delle opportunità di efficientamento idrico ed energetico, valutandone la convenienza economica e calcolando i tempi di ritorno dei possibili investimenti e sono state indicate le principali tecnologie associate agli utilizzi di acqua.

I risparmi possibili sono notevoli, ma è necessario che l’acqua abbia un certo costo diretto di approvvigionamento (da acque superficiali o sotterranee, o da rete idrica), perché questo influenza significativamente la decisione delle imprese di investire o no nelle tecniche analizzate: non a caso, ve ne sono molte quasi mai sfruttate per il costo troppo basso della “materia prima acqua”.

Secondo l’Energy & Strategy Group, è nel nuovo sistema tariffario che gli investimenti devono trovare la principale fonte di finanziamento, ma “la normativa – ha concluso Chiesa – dovrebbe avviare un circolo virtuoso che leghi maggiori investimenti a migliori remunerazioni“.

La scorsa estate l’Agenzia Europea dell’Ambiente ha pubblicato un briefing dove si analizzavano gli effetti complessivi del prezzo dell’acqua nel determinarne la domanda in 8 Paesi europei, tra cui l’Italia, concludendo che, pur nella diversità dei risultati per ogni singolo caso studio, le politiche dei prezzi sono strumenti fondamentali per recuperare i costi per i servizi idrici e per garantire la manutenzione delle infrastrutture esistenti e il finanziamento delle future.

 

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